Ecosistemi sotto attacco

Giugno 10, 2025 0 Di storiedelbio

Un obiettivo sempre più esplicito delle lobby agroindustriali e delle forze politiche contrarie all’impegno ambientale dell’Unione Europea è rivedere al ribasso la mappa degli ecosistemi protetti e gli strumenti necessari per la loro salvaguardia. Gli esempi non mancano. Il mese scorso su questo blog abbiamo parlato delle continue pressioni del governo olandese (attualmente dimissionario) per ridurre il campo di applicazione della direttiva Habitat della UE e dei siti Natura 2000. Vale qui la pena di ricordare che la direttiva Habitat è dal 1992 il pilastro delle misure di salvaguardia dell’ambiente, si fonda su un lavoro continuo e imponente di analisi scientifiche e viene periodicamente aggiornata sulla base dei risultati raggiunti e delle nuove criticità. (vedi https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/reporting-direttiva-habitat/).

C’è poi stata la la mozione presentata lo scorso aprile dal Partito Popolare Europeo (Ppe) e dal Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr) contro il rifinanziamento dei progetti Life ambiente e biodiversità, mozione bocciata solo all’ultimo in Commissione Ambiente, ma che quei gruppi politici intendono ripresentare. Nel 2023-2024 abbiamo visto l’attacco furioso al Regolamento europeo sul ripristino della natura. Vale anche qui la pena di ricordare che il Regolamento si basa sull’analisi della qualità degli habitat europei e ne registra le accertate criticità. Queste criticità si traducono in rischi concreti per i servizi ecosistemici forniti, quindi anche in un reale danno economico. Per limitare questi danni, il Regolamento prevede tra l’altro, entro il 2030, il ripristino del “buono stato di salute di almeno il 30% degli habitat” attualmente in stato di conservazione “cattivo” o “inadeguato”.(vedi https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2024/06/17/nature-restoration-law-council-gives-final-green-light/). Il Regolamento alla fine è stato approvato in mezzo alle accuse e alle polemiche e immaginiamo gli ostacoli che la sua applicazione troverà a livello nazionale in Italia e non solo.

Contro la salvaguardia degli ecosistemi gli interessi speculativi si coprono con argomenti di apparente buon senso : in realtà, si dice, lo spazio lasciato agli ambienti naturali è già abbastanza, non è nemmeno chiaro poi di quanto spazio avrebbero bisogno, stiamo esagerando nella tutela, stiamo comprimendo inutilmente attività antropiche essenziali. Il buon senso è solo apparente, ma i dati di realtà che smentiscono queste affermazioni non sono in genere noti quanto servirebbe.

Per questi motivi è così importante l’articolo che qui pubblichiamo, uscito sulla testata francese GoodPlanet mag’ , voce della fondazione GoodPlanet, diretta da Yann Arthus-Bertrand. L’articolo riassume i risultati di una imponente ricerca internazionale, pubblicata dalla rivista scientifica Nature. E’ l’applicazione concreta, nell’analisi della vegetazione naturale e seminaturale, di un indicatore di salute ecosistemica finora usato nell’elaborazione teorica ma mai testato in uno studio di queste dimensioni. L’indicatore è quello della “Dark Diversity” (tradotto in italiano come Biodiversità Oscura e in francese come Diversité Fantôme) introdotto per la prima volta nel 2011 da tre studiosi dell’Università di Tartu : M. Pärtel, R. Szava-Kovats e M. Zobel .

La Biodiversità Oscura è costituita da tutte quelle specie che sono presenti in una regione, ma non si trovano in un determinato habitat che pure di quella regione fa parte. In altre parole, dovrebbero e potrebbero esserci ma di fatto non ci sono. Molto più della semplice fotografia delle specie attualmente presenti in un sito, la misura di questa mancanza ci può dare conto della salute di un ecosistema , della sua reale sofferenza e del suo potenziale di ripristino. Può indirizzare interventi mirati prima che sia troppo tardi. Può avvertirci che il polmone su cui facciamo affidamento è molto meno ampio di quanto pensiamo o vogliamo credere.

Tra i 5415 siti la cui vegetazione naturale o seminaturale è stata studiata, in 119 regioni rappresentative dei tipi vegetali e delle condizioni climatiche del mondo, ci sono anche diversi siti italiani alpini, appenninici e della pianura padana. Esempi di siti alpini francesi sono riportati nell’articolo. Le sofferenze sono diffuse e maggiori del previsto.

Saranno possibili, su questa base estesa di dati, approfondimenti ulteriori anche locali. Ma la cosa più importante è sapere che oggi ci sono strumenti che permettono di leggere in modo piuttosto preciso le necessità di protezione degli ambienti naturali. E tutte queste ricerche ci dicono che in realtà si sta facendo meno di quanto servirebbe, e che bisognerebbe fare molto di più.


La Biodiversità Oscura, un nuovo indicatore dell’impatto delle attività umane sulla biodiversità vegetale


Julien Leprovost

Gli ecosistemi sono più colpiti dalle attività umane di quanto si pensasse finora. È quanto emerge da un ampio studio internazionale sulla biodiversità delle piante selvatiche pubblicato sulla rivista scientifica Nature all’inizio di aprile.

L’articolo lancia un appello a proteggere dalle attività antropiche il 30% della superficie terrestre, e il suo titolo,Global impoverishment of natural vegetation revealed by dark diversity , ne chiarisce l’importanza. Studi basati su un nuovo approccio di ricerca fanno infatti emergere che nelle regioni meno colpite dalle attività umane si trova solo il 35% delle specie che potrebbero stabilirsi in quelle zone ( la biodiversità oscura o potenziale) .Questa percentuale scende al 20% nelle zone in cui l’impatto delle attività antropiche è più pronunciato. Molte specie vegetali mancano dagli ecosistemi a causa dell’impatto delle attività umane, anche in paesaggi che potrebbero sembrare naturali.

«I nostri risultati ci hanno impressionato perché non ci aspettavamo un impatto così significativo delle attività umane sulla biodiversità oscura. Questi dati sono fondamentali per la conservazione», afferma Aurèle Toussaint, ricercatore del CNRS [ Centre National de la Recherche Scientifique ] e collaboratore dello studio. «L’effetto dell’uomo si attenua se si arriva a proteggere il 30% di un’area . La soglia del 30% corrisponde all’obiettivo dell’IPBES [ Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici ], che mira a conservare il 30% delle terre emerse. È l’equivalente per la biodiversità dei 2 gradi del IPCC per il clima. Lo studio rafforza quindi le argomentazioni a favore di questo obiettivo».

Per giungere a queste conclusioni, oltre 200 scienziati della rete DarkDivNet hanno studiato 5500 siti situati in 119 regioni del mondo. Secondo un comunicato del CNRS, i ricercatori «hanno identificato labiodiversità oscura” (dark diversity), ovvero le specie autoctone che potrebbero vivere in questi siti, ma che in realtà non ci sono. Questo approccio consente di valutare il potenziale della biodiversità vegetale e di misurare la proporzione di quella effettivamente presente, sottolineando l’impatto invisibile delle attività umane sulla vegetazione”.

Il concetto di biodiversità oscura è stato teorizzato nel 2010 da Meelis Pärtel, professore di ecologia all’Università di Tartu in Estonia. Esso indicale specie autoctone che potrebbero vivere in una comunità e che non vi sono presenti per vari motivi ”, ricorda Aurèle Toussaint, ricercatore del CNRS presso il Centro di Ricerca sulla Biodiversità e l’Ambiente (CRBE) di Tolosa. L’ecologo sottolinea che «il concetto era stato descritto teoricamente, ma mai testato sulle comunità vegetali. Ora è stato fatto grazie alla rete DarkDivNet, che ha studiato 119 regioni in tutto il mondo».

Christopher Carcaillet, suo collega all’Università Paris Sciences Lettres e ricercatore presso il Laboratorio di ecologia dei sistemi idrici naturali e antropizzati di Lione, ritiene che il concetto possa essere applicato anche a specie diverse dalle piante, il che potrà essere oggetto di studi ulteriori.

L’approccio è innovativo perché non si limita a censire e misurare ciò che è presente in termini di biodiversità, ma tiene conto anche di ciò che dovrebbe potenzialmente essere presente. L’assenza di una parte delle specie autoctone testimonia gli effetti della frammentazione degli ambienti, della trasformazione dei paesaggi e di alcuni tipi di inquinamento. Aurèle Toussaint aggiunge che questa constatazione si traduce nel fatto che «la biodiversità oscura è più importante nelle zone antropizzate che in quelle non antropizzate».

Christopher Carcaillet, che ha partecipato allo studio lavorando su una trentina di siti, porta un esempio concreto: “L’assenza delle specie si spiega con l’uso che facciamo dei territori. Nella fotografia di un paesaggio montano nelle Alpi della Savoia, di fronte alla Vanoise, si vedono delle foreste. A prima vista, si direbbe che il paesaggio sia piuttosto naturale, mentre in realtà non lo è poi così tanto. Sullo sfondo si intravedono piste da sci, villaggi e pascoli. Per non parlare delle industrie e dell’energia idroelettrica nella valle. I molteplici usi del territorio contribuiscono a modificare la comunità vegetale anche in spazi che consideriamo naturali. Eppure l’impronta umana è appena visibile.” Tuttavia, essa si manifesta a distanza, a volte fino a diverse centinaia di chilometri, attraverso le infrastrutture, i rifiuti, l’inquinamento e la concentrazione della popolazione che interferiscono con la biodiversità.

«Questa constatazione è allarmante: le conseguenze delle attività umane sono più importanti di quanto si pensasse, e interessano anche le aree protette», scrive il CNRS nel comunicato stampa che accompagna la pubblicazione dello studio su Nature. «L’inquinamento, lo sfruttamento forestale, i rifiuti, il calpestio e gli incendi di origine antropica possono escludere alcune piante dai loro habitat. Tuttavia, l’impatto umano è meno pronunciato quando almeno un terzo della regione circostante è mantenuta in condizioni naturali“.

Il concetto di biodiversità oscura dà conto di questa mancanza e consente di valutare in modo più preciso l’impatto delle attività umane sulla biodiversità. Christopher Carcaillet spiega che si tratta di «un approccio statistico su ciò che ci si può aspettare dalla composizione della vegetazione di un sito. Analizzando un numero molto elevato di dati, ci si rende conto della biodiversità che manca ».

Gli autori dello studio chiedono una migliore conservazione degli spazi naturali e selvaggi, al di là di quanto si sta facendo attualmente in termini di parchi e riserve. «È necessario aumentare le dimensioni delle zone protette e le loro connessioni. Perché ci si rende conto, anche in Savoia, dove ci sono grandi aree protette, che non è sufficiente per avere davvero degli spazi naturali», afferma Christopher Carcaillet.