Attaccamento alla terra
Spesso mi sono chiesto cosa abbia spinto quei pochi giovani contadini che hanno partecipato alla nascita del movimento del biologico a mettersi su quella strada ( https://storiedelbio.it/2021/08/13/ritorno-alla-terra-e-riscatto-contadino/ ).
Quest’estate sono andato a trovare nella sua terra Enio Ferretti, che ha partecipato alla nascita e ai primi passi della cooperativa Valli Unite, con l’idea di parlare delle origini del biologico in Piemonte. Però mi pare che la sua intervista, riportata qui di seguito, possa dirci qualcosa di interessante anche riguardo alle motivazioni di quei giovani contadini.
Enio Ferretti è titolare della azienda agricola “La Morella”, che attualmente conduce insieme ai figli Giacomo e Sofia, dove produce dei vini che rispecchiano il territorio utilizzando metodi di coltivazione biologici e biodinamici. I suoi vigneti sono dedicati al Timorasso, il vitigno autoctono che è stato tra i primi a recuperare, e a vitigni come Barbera, Dolcetto, Cortese e Freisa che qui vedono produzioni eccellenti. La Morella situata a Carezzano Superiore nei Colli Tortonesi, è un’azienda di oltre 40 ettari, di cui 10 di vigna e la restante parte a seminativi, da cui Enio produce i suoi vini naturali.
Avevo questo pallino della terra
intervista a ENIO FERRETTI*
Giuseppe Canale – estate 2025
Parlami un po’ di te
Sono nato nel 1955 qui a Carezzano. Nel 1968, quando non avevo ancora compiuto 13 anni è morto mio padre.
A quei tempi qui si faceva soprattutto grano e vino. Mio padre aveva gli osti a Genova che gli comperavano tutto il vino. C’era un signore qua che era un parente di Coppi che aveva un camion e più volte all’anno veniva a caricare le damigiane – non bottiglie. Noi di questa zona andavamo a Genova invece in altri posti vendevano a Milano. C’erano anche dei privati che compravano damigiane di vino che mio padre mi diceva di portare nei caruggi di Genova. Il vino allora rendeva.
A quei tempi mio padre faceva 30-40 quintali di grano, avrà avuto 4-5 ettari tra vigna, bosco e tutto. Eppure ci campavamo pur essendo una famiglia con 4 figli. Certo non vivevamo nel lusso . Si campava. D’estate mia mamma ci mandava in colonia. E poi come tutti non sprecavi niente.
Noi che siamo nati qua in quegli anni abbiamo visto il passaggio dai buoi al trattore, alla mietitrebbia, nel giro di una ventina di anni.
Mio padre è stato il primo nella zona a prendere la macchina per tagliare l’erba e fare i covoni (una macchina tipo BCS con 3 ruote). Siccome mia mamma era della EmiliaRomagna i miei andavano spesso a trovare i suoceri e mio padre aveva visto che mio zio aveva già la BCS (la Valpadana). Noi tagliavamo ancora l’erba con i buoi e mio padre quando ha visto quella macchina ha voluto prenderla. Le bestie le ha tenute, avevamo anche le vacche e portavamo il latte in giro per il paese. Mia madre è stata una delle ultime a venderle. I buoi li usavamo nella vigna non avendo il trattore. Poi mia mamma ha venduto tutto.
Cosa è successo dopo che è mancato tuo padre?
Mio padre è morto in primavera, C’era ancora il grano e l’erba da raccogliere e, come funzionavano allora i paesi, tutti hanno dato una mano a fare il raccolto e tutto quello che c’era da fare. Però mia mamma è rimasta sola con quattro figli, io ho tre sorelle e sono il più giovane. Come si usava una volta una sorella era già a Genova da mio zio Verardo che io vedevo solo d’estate perché era sempre là e un’altra sorella a Novi Ligure. Io e la terza sorella stavamo con i genitori tutto l’anno qui a Carezzano, solo d’estate la famiglia si ricompattava. Ci vedevamo poco tra fratelli e sorelle, io andavamo un mese in colonia con la Chiesa, mia madre era molto cattolica.
A quel punto mia mamma ha preso un appartamento a Tortona e ci siamo trasferiti lì. Dei terreni un po’, qualche vigna, li ha tenuti mia zia che abitava qua con mia nonna. Ma io venivo sempre qua, appena potevo venivo via da Tortona.
Quando mia mamma ci ha portati io e mia sorella Rosa giù a Tortona, tanto le mie sorelle erano sempre a Genova e a Novi Ligure, si è messa a fare la donna di servizio da un parente che aveva dei problemi di salute e è rimasta lì finché è vissuto. Poi le mie sorelle hanno trovato da lavorare. Io studiavo ancora, ho fatto il perito meccanico per non andare da solo all’agrario perché tutti facevano quello. C’era alle sei la corriera e poi il treno per andare ad Alessandria. Dopo il diploma nel ‘74, nel ‘75 ho fatto un paio di anni di Università a Veterinaria a Torino.
Perchè due miei amici di Montale (Bassi e Boveri ) sono andati a fare veterinaria e allora ho deciso di andare con loro. Sempre per via di queste amicizie. Ho fatto due anni ma non mi piaceva tanto, forse era meglio se avessi fatto Agraria. E’ andata bene così.
Poi avevo questo pallino della terra e non ne potevo più. Per tutti gli anni che studiavo da perito se potevo venivo qui a Carezzano tutti i giorni. Un po’ di terra l’avevamo noi, mia zia e mia nonna. Mia zia faceva un po’ di vino e io gli davo una mano. L’altra terra mia madre l’ha data a questo signore proprio qui davanti che adesso è morto: Mario Zampolini. Io venivo qua davo una mano a lui e lui mi dava il trattore per lavorare i miei vigneti. Ho iniziato così scambiando il mio lavoro. Io venivo su il sabato o anche durante la settimana quando potevo gli facevo i lavori e lui mi dava il trattore per fare l’aratura nelle vigne.
Com’era la situazione del paese in quegli anni?
Sono andati via tutti. Se rimanevi andavi in giro con le scarpe bucate, certo mangiavi ma poi soldi non ne avevi mai. Invece se andavi in fabbrica avevi il tuo stipendio e poi tanti facevano il doppio lavoro. Ancora adesso c’è chi sta in fabbrica a fare niente e poi viene a casa a farsi un mazzo così. Qui da noi lo 80% era così. Non andavano a lavorare solo a Tortona ma anche a Milano o in porto a Genova, poi avevano qui le vigne e io andavo da ragazzino a aiutarli a fare i lavori. Erano tutti così. C’erano solo il mio amico Mario Zampolini, che aveva fatto la scelta di stare qui a fare il contadino, Lorenzo e pochi altri. Negli anni 70 era già tutta gente che lavorava fuori. In quei 10 anni dal ‘68 quando è morto mio padre c’è stato proprio il crollo dell’agricoltura. Anch’io sono andato a lavorare fuori.
Come mai sei rimasto l’unico giovane del paese col pallino della terra?
E chi lo sa? Io l’ho sempre detto anche ai miei figli, mio padre mi diceva: “ fai tutti i lavori ma non il contadino”. Io però quando potevo andavo a dargli una mano con la zappa. Mi piaceva lavorare la terra, sentire il suoi profumi. E poi quando ci siamo trasferiti a Tortona io appena potevo facevo l’autostop con quelli che lavoravano a Tortona per tornare in paese, non prendevo la corriera perché costava troppo cara. La bicicletta non ce l’avevo perché me l’hanno regalata solo quando ho fatto la terza media, oppure usavo delle biciclette di mio nonno, di mio papà.
Dicevi che anche tu sei andato a lavorare fuori…
Le mie esperienze le ho fatte prima con l’università, poi sono andato a lavorare a Genova ai mercato all’ingrosso di Corso Sardegna, c’era un mio parente che era un boss delle banane, e io ho lavorato lì. Con due o tre mesi di lavoro mi sono comperato il trattore ma lavoravi dalle tre di mattina fino alla sera tardi. Se lo facevi era perché avevi bisogno. Quando andavo a scuola per fare il Perito ho fatto la campagna dei piselli per la De Rica. Siamo stati via un mese dalle parti di Piacenza a raccogliere i piselli con le macchine. Ho fatto anche il muratore per un anno, lavoravo a Novi Ligure per un’impresa edile. Ho fatto tantissimi lavori in giro, però sentirmi dire “fai così” quando mi sembrava che non andasse bene non lo accettavo. Preferivo la libertà di fare quel che volevo, nel bene e nel male perché ci ho anche rimesso, però sono contento così.
Quando sei tornato a fare il contadino a tempo pieno?
Ho smesso l’Università nel ‘77. Avevo recuperato la mia terra, quella che mia madre aveva dato a Mario, e pian piano cominciavo ad allargarmi.
Facevo un po’ di vino perché avevo ancora le vigne, quelle che curavo da studente, grano e erba. Mi facevo dare la pressa per fare le ballette di fieno con il trattore da Mario che io andavo ad aiutare. Facevo il vino con quello che ti davano gli enologi a quei tempi, come adesso che se vai dall’enologo trovano sempre qualcosa che non va. Qualcosa di chimico l’ho usato anch’io ma non nei campi.
Cosa stava succedendo nel mondo del vino?
Quando ho cominciato a fare il vino io insieme a mia zia usavamo solo rame e zolfo. Ma c’è stato un momento in quegli anni lì, dal ‘70 o anche prima, per come mi ricordo, da quando ho cominciato a entrare un po’ più nell’agricoltura, quando venivo a aiutare questo amico qua, che si usava bisolfito a tonnellate e non fa bene alla salute. Usato ammodo se ne metti un po’ nell’uva fa morire un po’ di batteri ma poi devi inoculargli dei lieviti selezionati, anche nel biologico è ammesso, nel chimico fanno così tutti.
Io adesso faccio fermentazione spontanea, non aggiungo niente, faccio vino naturale. Non metto niente né all’inizio ne’ alla fine della fermentazione se posso. Invece in quegli anni lì fin quasi agli anni ‘90, intanto qui c’era un enologo. Tu andavi da lui con un campione e venivi a casa con un pacco di roba così: devi metterci questo e quell’altro, se senti che il gusto non va bene va a male. Se andavi a Stradella pensando che là sono più bravi, peggio ancora. Quello là diceva: guarda là che ville hanno i contadini. Tu hai cortese e vuoi farlo diventare barbera? Guarda adesso è rosso. Era così, te lo diceva in faccia. Tu spendevi 100-200.000 lire di prodotti e ti dava un casino di roba da mettere dentro e allora capisci che le cose sono un po’ strane.
Quando c’è stato l’incendio a Montale quelli della Valle Ossona già li conoscevi?
Ci conoscevamo perché ci vedevamo quando andavamo a ballare. Quelli della Ossona erano cinque: i tre soci lavoratori, i promotori della società (Cesare Berutti, Ottavio Rube, Enrico Boveri), più Giulio Boveri di Montale che aveva un po’ di terra e un altro di cui non ricordo il nome [ vedi anche: Manlio Calegari, La porta aperta. Vent’anni di “Valli Unite” raccontati da Ottavio Rube ]. E’ stato nel 1978 a causa di un fulmine sulla stalla. Mi ricordo perché nel ‘77 era venuto giù un metro e dieci di neve che aveva sfondato parte del tetto dove stava mia mamma che era tornata a vivere in paese. Io ho dovuto rifare tutto il tetto in economia, pian piano. Era agosto, stavo appunto lavorando al tetto, quando c’è stato quest’incendio. Ero sopra il tetto e vedevo questo fumo nero verso Montesoro [località di Montale Celli, frazione di Costa Vescovato] e qualcuno mi ha detto che c’era l’incendio alla Valle Ossona.
Io e un mio amico che era con me abbiamo preso la macchina e siamo andati a dargli una mano. Quella sera lì mi sono dato una forcata che mi ha passato il piede ma non me ne sono neanche accorto perché non aveva lesionato niente di importante. Dopo una settimana mi hanno invitato a fare questa cena e da lì è cominciato a nascere un po’ l’idea di mettersi insieme, di fare la cooperativa, c’era anche Enzo di Spineto. Abbiamo cominciato a trovarci, a parlare, per due anni abbiamo fatto un libro così di testi filosofici. Sai ognuno ha la sua testa e vuole metterci qualcosa di suo dentro.
Che anni erano?
Lavoravamo già un po’ assieme, però l’atto ufficiale dal notaio è stato fatto nel 1981 Era in quegli anni lì. Siamo andati dal notaio, eravamo in nove, oltre ai tre della Valle Ossona e me, c’erano Carla Rube e suo marito, il padre di Enrico Boveri, Enzo Canegallo di Spineto e Roberto Semino. Roberto veniva da Avolasca, abitava a Tortona però era un un po’ come me, aveva la terra del nonno che andava a lavorare ma suo padre non voleva.
Allora c’era una legge regionale che finanziava l’unione di aziende agricole. Stabilivi un punto centrale con i magazzini e però i terreni potevano anche essere sparsi, Noi abbiamo deciso di fare base a Montesoro con la stalla. Dove loro della Valle Ossona avevano già un bel po’ di mucche.
Dopo che abbiamo costituito la cooperativa io ho cominciato a far entrare nel biologico Maurizio Lugano, che non era molto convinto, e abbiamo fondato l’associazione Le Strade del Sale. Da lì avevamo preso contatto con Maurizio di Pizzocorno, la cui azienda adesso si chiama Oranami, e anche lui è entrato a far parte di questa associazione di produttori, e poi c’era Giuseppe di Pontecurone, che adesso è mancato, che faceva ortaggi biologici. Grazie a Valli Unite, grazie a me che andavo a rompere le balle a quelli che conoscevo, li abbiamo un po’ instradati al biologico. Poi c’era Tarizzo della Cascina Buia che era arrivato da Torino, era un sindacalista.
Com’era il mercato del vino allora?
Sai quanti ettari di vigne ho tolto da quando ho cominciato a fare il contadino sul serio? Avrò tolto centinaia di ettari. Il prezzo dell’uva era talmente basso che nessuno più la lavorava. A Carezzano ero rimasto solo io. Tutti gli altri miei colleghi, compagni d’infanzia, sono andati via tutti, tutti. Anche a Montale sono rimasti loro tre (Ottavio, Cesare, Enrico), sono andati via tutti.
Il vino non valeva niente. Però Ottavio forse faceva già un po’ di bottiglie. Io facevo il vino qui a mia nonna per la cantina sociale. Qui erano tutte vigne. Lo scandalo del vino al metanolo ha cambiato tutto. Prima se avevi un cliente te lo portavi finché campava. Oggi vieni te, domani un altro, ma è giusto poi magari tornano. Oggi è così non c’è più una sicurezza.
Com’eri venuto a contatto col mondo del biologico?
Credo di aver conosciuto Luciano Valle tramite dei miei amici di infanzia un po’ sinistroidi che frequentavo nel mio giro di Tortona. Nel 1979 Valle e alcuni altri tra cui il mio amico Pagella avevano messo in piedi a Tortona, dove Valle insegnava, la cooperativa libraria “Incontro” dove lavorava anche Orietta, la mia compagna di allora. Da lì sono iniziati i contatti con loro che mi hanno fatto conoscere il biologico. Mi hanno intrippato. Hanno cominciato a parlarmene che ero ancora a cavallo, stavamo ancora discutendo della Cooperativa. Mi dicevano: perché non fai l’uva biologica? C’è mercato, il naturale… Questo era Luciano Valle che è sempre stato molto avanti, fin troppo, anche rispetto ai tempi. Mi ha convinto e così quando sono entrato in Valli Unite abbiamo cominciato a parlare di biologico. E di lì, tramite Valle e quelle poche informazioni che avevamo, sembravamo dei carbonari, abbiamo conosciuto il prof. Francesco Garofalo di Suolo e Salute. Ricordo che Valle e Garofalo tennero nel 1981 una conferenza a Tortona sui temi della nuova agricoltura. Sono loro che ci hanno indirizzato verso il biologico.
Poi nel 1984 noi di Valli Unite avevamo aperto qui a Tortona grazie a Luciano Valle e altri tortonesi il negozio “La Buona Terra”. Avevamo fatto questo negozio per vendere prodotti bio ma è durato poco perché avevamo tante spese e alla fine le vendite erano quelle che erano. Forse anche perché avevamo esagerato. Avevamo preso un locale grande: tante spese, personale da pagare. Se serviva il formaggio si prendeva la macchina e si andava in giro a cercarlo non so più dove. Oppure andavamo ad Albenga per prendere le primizie. Allora noi produttori eravamo quattro gatti, troppi costi logistici. E’ in quel periodo che ho conosciuto anche il dott. Luciano Pecchiai, primario dell’ospedale per bambini “Buzzi” di Milano che faceva parte di Suolo e Salute e era venuto a fare delle conferenze qui a Tortona.
Che rapporti avete avuto con Garofalo?
A quei tempi lui era quello più quotato, quello più preparato per fare un’agricoltura pulita. Lui era un professore dell’Università di Torino. Era già anzianotto, forse già in pensione. Veniva in Cooperativa solo per noi. Andavo a prenderlo io. Partivo di qua con una 132 della cooperativa, lo portavo qua e poi lo riportavo a Torino, e mi ricordo bene che gli davamo ancora dei bei soldi. Partiva dalle cose molto semplici. Mi ricordo per esempio che ci aveva fatto notare come l’uva vicino a una strada bianca era più sana dell’altra perché protetta dalla polvere, non si ammala. Piccole cose che però ci facevano ragionare. Ci spiegava quali prodotti usare, come fare, come trovarli. Ci faceva usare il sangue di bue come azoto. Lui aveva tutti i suoi collegamenti, era tipo una P2. Ci diceva dove andare a prendere i prodotti per l’agricoltura biologica. Sembravamo carbonari, andavamo a prendere il sangue di bue in quel certo macello, non c’erano tutti i prodotti come adesso che basta schiacciare un bottone. Lui aveva un po’ in mano tutto questo, gestiva questa cosa qua. Per la vigna usavamo rame e zolfo però cominciavano ad esserci prodotti un po’ più specifici come l’ortica, e l’equiseto. Lui spingeva molto quello.
A quei tempi non c’era niente, erano le prime prove. Li usavamo come insetticida, non come concime. Se tu li fai macerare tanto li puoi usare come concime, se poco come insetticida contro le tignolette, gli afidi, nell’orto. Te li danno ancora adesso. Usavamo tutte queste cose qua che però hanno l’effetto che hanno, cioè non è che facciano tanto. Adesso con lo studio, con dietro le Università che studiano queste cose qua, si conosce molto meglio il ciclo dell’insetto, del fungo e si può curare in modo diverso anche se sempre biologico. Una volta era un po’ tutto empirico. Il litotammio diceva Garofalo lo date sulle foglie dove sono gli afidi perché l’insetto si rompe i denti e muore, era un po’ così, capisci. Oggi ci sono degli studi importanti su questo.
Com’è che siete passati al biologico?
Grazie a questi incontri a questi eventi, siamo partiti col biologico nel ‘84-’85. Abbiamo cominciato col grano e lo portavamo al Mulino Castagno a Avigliana in Val di Susa che è stato uno dei primi e era anche lui collegato a Garofalo. Quello era l’unico riferimento per il grano biologico. Pagavamo un camion per portarcelo, però lo pagavano bene rispetto a quello normale, mi pare 50.000 lire al quintale che sarebbero 25 euro adesso, prezzi stratosferici. Eravamo i primi. Anche sul vino abbiamo fatto una scelta e, da quando siamo passati al biologico in vigna, c’è stato un ripensamento anche su come si faceva il vino qui in zona in quegli anni.
Forse pensavamo anche alla nostra salute. Non so se ci pensavo tanto come adesso però ricordo che, prima di entrare in Valli Unite, ho speso otto milioni per il primo trattore con cui lavoravo anche per gli altri e, girando come un matto, in un anno me lo sono ripagato. Andavo a fare i trattamenti nella vigna, sai le schifezze che mettevano dentro che mi sono respirato. Però sei giovane, non ci pensi. Fosse oggi non ci andrei neanche morto. Però ricordo che nel 1987 ci fu a Alessandria [ VEDI nella sezione DOCUMENTI: https://storiedelbio.it/wp-content/uploads/2025/08/Ferretti_FOTO-rotated.jpg ] un convegno su Agricoltura e Natura con, tra gli altri, Cesare Donnhauser in cui venne fuori che le zone più toccate dai tumori erano qui in zona: Volpedo per la frutta e Castelnuovo Scrivia per gli ortaggi.
Io penso che il nostro interesse derivasse dal lato economico e dalla novità del biologico. D’altra parte se tu facevi l’agricoltura chimica rimanevi il contadino piatto, scarpe rotte. Se invece facevi il biologico avevi amicizie diverse, rapporti con persone interessanti, che spesso ci sono ancora adesso. Intorno al biologico si è creato un mondo che se facevo il chimico non conoscevo tante persone. Magari sarei qua con più soldi….
In quegli anni hai partecipato alla Commissione Cos’è biologico?
Si ci andavo, rappresentavo Valli Unite. Forse avrò conosciuto lì Franco Zecchinato. Si cercava di mettere insieme il disciplinare, doveva essere verso lo ‘87-’88 poco prima che uscissi da Valli Unite.
Ci vedevamo a Bologna, qualche incontro l’ho fatto a Padova intanto che andavo su a portare il vino e il grano a Zecchinato. Loro erano molto più bravi commercialmente. Noi di Valli Unite eravamo bravi agricoltori ma commercialmente erano più bravi loro.
Io facevo le consegne a Torino e poi andavo su a Padova dal Tamiso. Mi piaceva fare queste cose oltre a occuparmi per Valli Unite dei seminativi: grano e erba.
A Torino c’erano diversi negozi biologici come La finestra sul Cielo. Io gli portavo il vino e un po’ di farina. C’era anche la COAP di Salvatore Merola, una cooperativa di consumo di cassaintegrati che mi ricordo prendeva tanto vino.
E poi c’era il negozio di Torino di un’associazione che avevamo costituito dal notaio. Credo che si chiamasse Piemonte-Liguria. Era un’associazione di produttori per vendere i nostri prodotti, quelli dei Produttori Biologici Cuneesi e dei produttori della Liguria. Ma è durato poco perchè è saltato.
Puoi dirmi qualcosa di più di questa Associazione?
In quegli anni lì le aziende bio erano poche e a me piaceva prendere i contatti così avevo conosciuto Armando Mariano. Ci frequentavamo parecchio perché lui faceva mele e succhi di mela, e facevamo scambi di prodotti. Lui ci dava le mele e noi magari il grano e il vino oltre che a lavorare insieme per il biologico. Così avevamo iniziato a fare dei collegamenti tra noi dell’alessandrino e i produttori biologici del cuneese. Volevamo fare una sorta di fusione, abbiamo fatto diversi incontri. Ricordo che avevamo anche fatto un incontro qui a Valli Unite, alla SOMS di Costa Vescovato, ma non siamo riusciti a concludere granchè. Io ero quello che teneva un po’ le fila di queste cose. Mi sono visto tante volte con Lorenzo Peris per dire che l’associazione biologica che stavamo costituendo doveva rispettare certe regole. Per definire le regole che dovevano rispettare i membri dell’associazione.
Poi con Mariano e tanti altri avevamo fondato a Torino questa Associazione Piemonte-Liguria. Era un’associazione di produttori per vendere i prodotti nostri, dei cuneesi e della Liguria. C’era un signore che aveva aperto un punto vendita con due vetrine e vendeva i nostri prodotti biologici, compresi un po’ di trasformati; però non ha avuto successo. A Torino c’erano già diverse negozi di questo tipo ma questo con Mariano era diverso, eravamo un’associazione di produttori che aveva un suo punto vendita. Poi la cosa è andata male, questo qui non pagava, la ragazza che allora era la presidente dell’associazione è partita per l’Africa. Allora non era come oggi, cercavamo dei modi per incrementare le vendite, ma non era così facile.
Come vedi il futuro?
Siamo arrivati a questo punto; non sappiamo più cosa produrre e a chi vendere.
Il vino sta andando male. Ma per i cereali e l’erba non c’è più un mercato già dall’anno scorso. Crollato! Proprio adesso devo vedere Enrico (Boveri) che mi deve far fare dei contratti per vendere il favino e l’orzo o il farro, per avere almeno uno sbocco su quei prodotti lì. Altrimenti cosa fai? Anche per il grano io non so cosa fare. Spesso anche i panettieri bio chiedono ai mulini grani teneri di maggior forza del nostro che richiede una lavorazione più impegnativa.
Faccio le rotazioni ogni tre-quattro anni. Nel campo qua sotto erano già 10 anni che non aravo. Mi spiace levare i prati. Nei prati non c’è dilavamento, è tutto verde, ma quando non rende più la medica è la prima a sparire e vengono fuori le infestanti. Allora l’ho arato. La medica per due-tre anni da un buon raccolto perché ha un fittone, finché c’è lei cresce. Una volta c’erano i piccoli allevamenti come quelli che fanno il parmigiano ma adesso o si fanno la medica da loro o sono molto diminuiti di numero. Non ci sono più le piccole stalle come quella di un mio amico in Valtellina che manda le mucche al pascolo. Ogni anno gli mando due o tre camion di medica per l’inverno quando porta le mucche in stalla. Capisci a che punto è l’agricoltura? Non si sa più cosa seminare, adesso spingono la bioenergia, danno i soldi per seminare roba da bruciare. Se vai verso Alessandria è pieno di impianti fotovoltaici a terra….
(*) Ogni eventuale errore o omissione è di esclusiva responsabilità dell’intervistatore
un racconto realistico e disincantato, che racconta anche di una grande passione. grazie Ennio! io credo che qualcuno seguirà la nostra traccia.