Coltivare con la natura

Ottobre 22, 2025 0 Di Giuseppe Canale

Sono anni che si discute e si cerca di andare oltre il biologico così come definito dai regolamenti dell’Unione Europea. Le esperienze in questo campo sono numerose e di diverso tipo. Alcune hanno dato luogo a tendenze molteplici e non formalizzate come quella del vino “naturale”. Altre sono state formalizzate con marchi riconosciuti dall’Unione Europea come il “Latte Fieno”. Più in generale oggi abbondano le certificazioni private (dalla storica certificazione biodinamica Demeter alla più recente ROC di cui abbiamo qui parlato poco tempo fa ( https://storiedelbio.it/2025/03/23/agricoltura-biologica-o-rigenerativa/ ), per non dire di tutti quei claims, spesso di comodo, che fanno riferimento alla sostenibilità, alla biodiversità, alla natura e quant’altro. Ricordiamo qui, per inciso, che la Commissione Ue ha purtroppo ritirato la direttiva sul green washing a seguito dell’opposizione del Partito Popolare Europeo a cui si è subito accodato il governo Meloni ( https://economiacircolare.com/commissione-ue-ritira-direttiva-green-claims/ ).

Ma qui vogliamo parlare di una piccola azienda piemontese che ha da molto tempo una parte importante nell’esperienza del biologico nelle terre intorno al Ticino. Negli ultimi anni sta sperimentando, insieme ad altre aziende, un percorso molto impegnativo di ripristino della biodiversità, portato avanti con l’aiuto dell’Università, che comprende un marchio per riconoscerlo ( Biodiversitas-agrobiodiversita-partecipata – BIODIVERSITAS l’agrobiodiversita partecipata ).

E’ la Cascina Dulcamara di Romentino che da più di 40 anni segue pratiche rigorose di produzione naturale (https://www.granaidellamemoria.it/index.php/it/archivi/storie-di-riso/pacifico-aina ) su cui pubblichiamo un’intervista a Pacifico Aina, il suo fondatore.


Pacifico Aina
Presidente e socio senior della cooperativa di architetti Coop Arch G1, ha fondato insieme alla moglie Luisella Magnoni e condotto, dalla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, Cascina Dulcamara
( https://www.facebook.com/CascinaDulcamara?locale=it_IT ) di cui è titolare da qualche anno il figlio Michele. Cascina Dulcamara è un’azienda agricola a produzione mista situata a Romentino (NO), ai confini del Parco del Ticino. L’azienda, pur essendo certificata biologica solo dal 2007, si è sempre dedicata a produzioni rigorosamente naturali. Insieme ad altre aziende (Az. Agricole: Una Garlanda di Rovasenda e Priorato di Trino Vercellese ) ha fondato nel 2019 l’Associazione di Produttori Agricoli Polyculturae (
Chi Siamo – ASSOCIAZIONE DI PRODUTTORI AGRICOLI “POLYCULTURAE” ) che gestisce il marchio collettivo Biodiversitas per promuovere il recupero e la tutela della biodiversità degli agro-ecosistemi.


Bisogna integrare la produzione rispettosa dell’ambiente con investimenti nella rinaturalizzazione

Intervista a Pacifico Aina (*)

Giuseppe Canale – giugno 2025

Perchè fare un altro marchio? Non basta quello del biologico?

Non è facile risponderti. Io ti dico la mia esperienza, nel senso che il biologico è totalmente in crisi, e ormai da tanto tempo. Infatti tutti i miei amici sia in Piemonte che in Lombardia stanno disperatamente cercando di andare avanti e di inventarsi delle cose nuove perché il biologico non è più sufficiente.

In sintesi è proprio il mercato che non tira più. Siamo nati con intorno tanti ammiratori, soprattutto dei GAS. Sono anche nati i Distretti

e tante forme di associazione rispetto al parco del Ticino o al Parco Sud di Milano, però succede che in effetti tutti dicono “oh come siete bravi” ma poi, stringi stringi, dal punto di vista economico la cosa funziona poco.

Come mai?

Da una parte i costi di produzione sono sempre più elevati ( dalle materie prime ai mezzi meccanici alle assicurazioni agli effetti del cambiamento climatico) e, dall’altra, non viene riconosciuto il vero costo, cioè l’impegno a salvaguardare la Natura. E poi perché, a mio parere, noi abbiamo con la storia del biologico stravinto la battaglia. Nel senso che anche la Grande Distribuzione, come ogni supermercato, è costretta a proporre il biologico ma lo propone malissimo. Propone delle cose non curate e senza informazioni, per cui la gente che va lì vede che c’è l’alternativa del biologico ma poi dice, se questo è il biologico…

Ma anche i GAS che una volta erano una cosa molto importante, si sono ridotti della metà, non solo nel mio caso, e di quelli che sono rimasti sono pochissimi quelli che hanno ancora quello spirito per cui erano nati. Molti di questi pensano soltanto a spendere meno oppure a avere la consegna in casa, facile. Qui le ragioni sono tante perché magari sono nati in ambienti evoluti, passami il termine, dal punto di vista culturale ma il tempo passa e le persone invecchiano…

Molte volte il problema di questi GASè che sono solidali solo al loro interno e poco col contadino. Metti insieme a tutto questo quella che è la logica della grande e media distribuzione del prezzo basso e del prodotto sempre disponibile.

Quindi, rispetto al biologico, penso che francamente il nostro messaggio fosse già un po’ in crisi. E’ banale quel che ti dico ma secondo te adesso la preoccupazione principale pensi che sia questa? Con tutte le guerre che ci sono? Se tu adesso parli di sostenibilità, la danno tutti per scontata e’ tutto sostenibile nell’epoca delle bugie del web. E comunque mi rendo conto che tutti son distratti da fenomeni più grandi. Se senti il telegiornale è una cosa allucinante.

Cosa si può fare in questa situazione?

In questo momento qua cosa si fa? Certamente si coltiva in modo biologico ma bisogna coltivare le persone. Tutte le aziende che conosco stanno imboccando la strada dell’informazione verso le persone. C’è chi fa gli aperitivi in cascina. Chi fa i convegni. Chi trasforma la propria azienda agricola in azienda didattica. Perché tu possa acquistare il prodotto si cerca di vendere tantissime informazioni. A me hanno suggerito, scusa la banalità, di vendere il mio prodotto, che è buono, che è certificato biologico, eccetera, ma soprattutto perché è nel parco del Ticino, in un ambiente incontaminato, vicino a un’area archeologica romana e celtica. Anzi mi dicono: “ I Celti, ma perché non sfrutti questo fatto qua. A chi viene lì da te tu gli racconti la storia dei Celti della loro agricoltura più avanzata di quella dei Romani e gli vendi la roba”.

C’è la necessità di reinventarsi o di andare avanti su queste cosa qua. Già il bio è una pratica difficile, non semplice. Bisognerebbe ragionarci ancora su 100 volte sulle tecniche da utilizzare. Ma adesso c’è la necessità di ridefinire e tutelare in modo concreto la natura. Quindi vengono avanti tutte queste formule della sostenibilità ambientale, dell’agrobiodiversità. Tutti i nomi che puoi inventarti tu, che in realtà sottolineano il fatto che l’azienda agricola, al di là di produrre in un certo modo rispettoso dell’ambiente, deve fare un passettino in più e cioè cercare di integrare o migliorare la propria produzione con degli investimenti nell’ambito della rinaturalizzazione. Mi spiego meglio, i miei amici di Una Garlanda che poi sono tra i pionieri di questa cosa qua, hanno trasformato le loro grandi risaie. A Vercelli, dove ho lavorato, gli agricoltori dicevano che la risaia migliore è quella di 4 ettari perché oltre il vento potrebbe produrre delle onde così alte che distruggono gli argini, e

cosa fa Una Garlanda? Fa una risaia larga 20 metri e infila tra una e l’altra gli alberi. E a fianco di questi filari ci fa un fosso dove gli anfibi possono prosperare. Secondo loro dal punto di vista agronomico è una soluzione migliore, e anche noi piantiamo alberi a tutto spiano.

Allora il fatto che siano nati dei marchi come Biodiversitas, che chiaramente sono dei progetti, e delle associazioni come Polyculturae, significa gestire la tua azienda secondo questi criteri di tutela della biodiversità, introducendo anche coltivazioni diverse. Una Garlanda, per esempio fa riso sulla metà della sua superficie, per il resto poi fa i fagioli dell’occhio e il miglio, dato che fa le rotazioni. Nel nostro caso facciamo il riso ma facciamo anche il grano, il grano saraceno, ma soprattutto noci, nocciole, mele, castagne, e quindi una grande varietà di colture.

La nostra è un’azienda tutt’altro che mono culturale, tutta riso, in mono successione.

Parlami del vostro marchio

Cosa significa il marchio Biodiversitas ? Va bene tutto però un po’ di scientificità ci vuole. Quindi abbiamo messo a punto questo marchio e affidato la sua gestione a un Comitato Scientifico che fa capo alle università di Milano e Ancona. Sono loro che analizzano la tua azienda e suggeriscono, se non le hai già, quelle cose da fare per essere effettivamente tutore della biodiversità o comunque implementare la biodiversità in azienda.

Polyculturae è l’associazione che vuole promuovere il marchio Biodiversitas. Quindi per avere il marchio biodiversitas devi essere socio di Polyculturae e devi ovviamente fare analizzare la tua azienda dal Comitato Scientifico.

Ma devi anche essere certificato biologico o biodinamico?

Qui ci sono posizioni un po’ diverse. Diciamo che la cosa si sta dibattendo. Non perché non si sia d’accordo sul fatto che devi essere bio. Sicuramente lo dovrai essere. Però se tu intraprendi come azienda un percorso si può chiudere diciamo così un mezz’occhio. D’accordo, non sei ancora certificato bio ma magari tra un anno lo sarai e quindi puoi cominciare questo processo.

Però tutti quelli che in questo momento vogliono entrare in Polyculturae. che sono almeno 14,ti dico la verità, sono tutti già oltre il biologico.

Che importanza hanno le condizioni del suolo per Biodiversitas?

E’ uno degli argomenti principali. Premesso che adesso siamo in quattro ad avere il marchio [ i 3 soci fondatori più l’Azienda Agricola Marinone Roberto di Nicorvo (PV) ]. L’Università ha analizzato il mio terreno e hanno scoperto che, come si può dire, è assai più buono dei terreni circostanti. Guarda che io sono un architetto non un agronomo, però ho capito una cosa, se noi siamo arrivati ad avere dei terreni buoni senza avere chissà cosa immaginato è perché sono 40 anni che non usiamo prodotti chimici.

Se usi le tecniche che usiamo noi il terreno non si impoverisce, anzi. E’ scientificamente provato dall’Università. Anche noi pensavamo di perdere fertilità, in realtà ne stiamo acquisendo. Certo devi fare delle rotazioni. L’azoto lo devi fissare con delle azotofissatrici. Adesso stiamo addirittura cercando di seminare le arachidi che fissano l’azoto.

Prima del biologico noi eravamo già produttori “naturali” come si dice. All’epoca la mia realtà era una piccola cosa. Se non ci siamo certificati prima è perché la cooperativa di consumo a cui allora vendevano non ce lo chiedeva e quindi avremmo speso soldi inutilmente. E poi il biologico con tutte le sue regole non era visto molto bene nel nostro ambiente.

Non hai mai usato niente, nemmeno per le orticole?

No, non abbiamo mai usato la chimica.

Quando tu inizi un’attività anche bio non trovi grosse difficoltà. E’ dopo che le trovi. Magari dopo 10 anni ti arrivano delle erbe che non ci sono all’inizio e tu non sai bene come fare. Ad esempio questa è una questione che mi si pone adesso. Chi ci segue è un botanico che dice che abbiamo delle erbe spontanee meravigliose. Dopo di che l’anno scorso le nostre api non hanno fatto il miele e ci siamo chiesti come mai. Abbiamo chiesto in giro e alla fine è perchè i fiori non hanno fatto nettare. E come mai non hanno fatto nettare? Perchè il terreno è diventato freddo invece che caldo e la fauna microbiotica si è spenta in parte.

Allora questo vuol dire che c’è bisogno di una conoscenza molto più approfondita da parte di altre persone: di chi si occupa di funghi, di batteri, ecc. Che poi sono i fattori che influiscono sulla coltivazione e che tu non te ne rendi conto. Io che sono curioso di natura ho detto va bene riconoscere questa pianta spontanea o conoscere le mie potenzialità, ma cosa c’è sotto nel terreno? E ti rendi conto che noi non sappiamo niente di tutto questo. Che l’ignoranza è totale, che i cambiamenti climatici sono formidabili e che comunque le previsioni che tu fai sono sempre molto approssimative.

Certo che vi siete dati un obiettivo molto ambizioso

Però è una cosa che ti appassiona. Noi non sappiamo bene dove andiamo a parare. Quotidianamente ci proponiamo degli interrogativi e quotidianamente ci inventiamo una storia, delle cose da fare. Il che ti appassiona enormemente e cerchiamo di trasmettere questa passione anche a quelli che sono i clienti, molti dei quali si appassionano a loro volta e ti aiutano in questo percorso. Certo è che più vai avanti, più ti rendi conto che la natura è molto più complicata di quel che tu ti immagini da questo punto di vista.

Anche nel biologico che sembra semplicissimo. Elimino la chimica e ho finito il discorso. Va bene però non è poi così semplice.

Ti faccio un esempio. Quando ho cominciato a fare riso biologico, ho cominciato a farlo su dei prati stabili e il risultato era meraviglioso. Il riso veniva benissimo perché in quei prati stabili non c’era nessun infestante del riso. Già l’anno dopo sono spuntate delle infestanti.

Col passare degli anni queste erbe spontanee diventano sempre più importanti per cui le rotazioni diventano ancora più necessarie. Adesso io faccio il riso sullo stesso appezzamento almeno ogni tre o quattro anni, non ogni due. Quindi molto di più di quello che il disciplinare del bio mi dice, perché se io lo faccio ogni due o tre anni ho le erbe infestanti. Non c’è niente da fare lo devo seminare ogni quattro o addirittura cinque anni. Da qui nasce la necessità di avere più terreno per fare delle rotazioni più lunghe. Infatti noi quest’anno abbiamo acquisito 5 ettari in più, proprio per allungare i tempi di rotazione.

E dove non semini il riso quei tre o quattro anni cosa ci metti?

Quello lì è un bel problema. Noi in parte mettiamo il saraceno, poi il grano ovviamente. Abbiamo tentato di fare anche un po’ di Pignoletto, mais antico del Piemonte. Per portare azoto facciamo necessariamente la veccia o il favino, o il pisello proteico, queste cose qua, giusto per interrarle ma in alcuni casi siamo anche riusciti a venderle. Con la medica abbiamo provato l’anno scorso. Abbiamo messo 2.000 euro di sementi ma non è venuto niente. Quindi buttate via totalmente. Perchè non tutto viene così come dici, come immagini. Dire perché non c’è venuta la Medica, non lo sappiamo. Di fatto non è venuta.

Voi quanti ettari avete?

Venti, su cui quest’anno abbiamo fatto 4 ettari di risaia e 6 di grano saraceno. Nel tempo l’azienda è diventata più frutticola. Noi coltiviamo le noci, le nocciole e abbiamo fatto recentemente un impianto di castagne perché puntiamo molto sulla frutta secca. Abbiamo anche le mele e pensiamo di implementare ulteriormente il nostro assortimento con le mandorle.

Quando mio figlio ha fatto l’insediamento 7 anni fa, per avere le caratteristiche per beneficiare dei finanziamenti regionali, ha avuto l’obbligo di fare 2 ettari di orticole per 5 anni. Quindi facciamo anche degli ortaggi sia per venderli nel nostro punto vendita, sia perché c’è stata per un paio di anni un’azienda che comprava cose come il prezzemolo per fare degli estratti. Quest’anno che non avevamo più l’obbligo abbiamo fatto un po’ di fagioli, delle zucche e abbiamo provato a fare le arachidi.

Così facendo come vanno le cose dal punto di vista economico?

Partiamo dalla considerazione che per fare il contadino devi essere ricco, perché se tu devi far nascere una nuova azienda gli investimenti sono enormi. Ci vogliono centinaia di migliaia di euro. La terra la puoi anche affittare ma hai comunque bisogno delle macchine, delle attrezzature, di impianti, elettricità, acqua…Grazie al fatto che io, come architetto, ho altri redditi abbiamo investito molto nello strutturare l’azienda. Abbiamo investito centinaia di migliaia di euro per fare i capannoni, la cella frigorifera, i pannelli fotovoltaici, ecc. I finanziamenti ci sono ma sono delle trappole. Quando abbiamo fatto l’insediamento di Michele e dovevamo comprare delle macchine, come lo scuotitore per le noci che costavano 60-70.000 euro, il finanziamento era il 60% e noi dovevamo metterci il 40%. Ma quando abbiamo comprato tutto la Regione Piemonte ha detto “No, facciamo che il finanziamento scende dal 60% al 40%” e noi siamo andati nella cacca perché abbiamo dovuto tirare fuori il 20% in più.

L’azienda per come è fatta non potrebbe stare in piedi senza il mio apporto. Perché io come persona pago tutti i mutui accesi dall’azienda. Gli investimenti li ho fatti io personalmente. Certo quello che produci e che vendi genera un reddito per pagare chi lavora ma non per coprire gli investimenti.

Se tu pianti un albero di noci ti comincerà a produrre, e io ne ho esperienza diretta, dopo 12-14 anni poi magari te le butta giù il vento come a me ( vedi: https://storiedelbio.it/2021/09/14/terra-devastata/ )

Se non ci fossi io bisognerebbe tornare alle origini, cioè ai due ettari di ortaggi che non richiedono grandi investimenti.

Adesso Michele lavora qui a tempo pieno e io gli do una mano, non abbiamo più le risorse economiche per pagare un operaio. Dobbiamo anche circondare i nostri campi con delle reti perché ci rubano tutto. Hanno rubato persino la rete che abbiamo messo con i relativi pali. Dobbiamo anche denunciare quelli che ogni settimana buttano le schifezze. Dovremo mettere una videosorveglianza (altre spese).

Qua noi cerchiamo di sopravvivere che non è semplice, siamo sempre sul filo del rasoio dal punto di vista economico.

Cerchiamo di collaborare con gli altri produttori di BioNovara (https://www.facebook.com/bio.novara/?locale=it_IT ) perché abbiamo tutti lo stesso problema. Non è detto che quello che coltivi poi ti venga, oppure ne produci troppo per la vendita diretta. Quindi viene spontaneo scambiarsi i prodotti. Noi vorremmo migliorare questa forma di collaborazione perché è anche facile dal punto di vista logistico venire qui col furgone a portare delle cose e caricarne delle altre al ritorno. Facciamo gli scambi a un prezzo diciamo così all’ingrosso ma fondamentalmente è un rapporto basato sulla fiducia, non c’è mai un problema di trattativa sul prezzo. E’ una sorta di mutualismo che vorremmo aumentare anche perché noi del biologico siamo sempre meno e sempre più incasinati per cui è inevitabile la collaborazione.

I miei amici che hanno iniziato qui da me hanno tutti aziende orticole, hanno solo un paio di ettari e macchine che costano pochissimo. Però così riescono solo a sopravvivere perché mi dicono che non riescono sempre a pagare i contributi. Non è così semplice tutte le nostre aziende sono marginali. Quelle che si salvano un po’ sono quelle che hanno sviluppato cose come l’agriturismo o che, per esempio, fanno la birra.

Torniamo a come funziona questa forma di certificazione che avete messo in piedi.

Non è così semplice perché quel meccanismo lì non è messo a punto, non è ancora definitivo. E poi secondo me, come cercavo di dirti prima, ci siamo accorti che il botanico è una persona importante ma, secondo me, è insufficiente per stabilire se effettivamente il tuo terreno ha acquisito, o non ha perso, delle qualità nel tempo, perché ci vogliono delle analisi più approfondite.

In linea di massima quando tu fai delle rotazioni intelligenti, lo fai sopratutto perché sono necessarie alla tua produzione principale. Quando tu introduci anche degli elementi costituenti il paesaggio che c’è intorno, è un po’ la stessa cosa.

Io mi sono fatto raccontare da mio padre com’era la sua agricoltura.

Lui era nato nel 1914 da una famiglia contadina e da prima degli anni ‘30 fin verso il ‘47 ha lavorato nell’azienda agricola che il nonno aveva messo su a Cerano, il paese a sud di Novara. Poi hanno venduto e è andato a lavorare in fabbrica. Quando è andato in pensione, avevamo appena messo su questa azienda, si è di fatto trasferito qui con mia mamma e il suo fratello e mi hanno aiutato moltissimo. Lui mi diceva che il 25% della sua azienda di Cerano era risicola e il 75% erano rotazioni: prati, mais, orzo, frumento, erano rotazioni che faceva ogni 4 anni. Aveva 100 pertiche ( circa 7 ettari ) quindi non era piccolissimo. Tieni presente che arava con la mucca, non c’era il trattore, pestava con la mucca o con il cavallo.

Però aveva i filari intorno ai campi fatti soprattutto di ciliegi, ma anche pere, e vendeva le ciliegie ai milanesi sull’albero. Cioè venivano i commercianti da Milano che gliele compravano e mi diceva che questo integrava il suo reddito in modo non indifferente. Aveva anche delle noci, non era una soluzione così stupida. Io ci ho ragionato un po’ su e non riesco a immaginarmi che la campagna debba essere quel deserto che è adesso.

Quindi noi abbiamo provato a fare una cosa, non tagliare la vegetazione ai bordi dei campi e lasciare spontaneamente crescere le erbe. Naturalmente sono nati gli alberi, perché gli uccelli portano il seme, che adesso stiamo proteggendo. E la nostra azienda insieme alle aziende amiche si stanno riempiendo di alberi e con loro sono arrivati gli uccelli e via di questo passo. Questo è quello che sta accadendo.

E tu come coltivi il riso?

Lo semino in acqua. Prendo un terreno dopo aver fatto gli argini e lo passo con dei dischi. Non lo aro, quindi rivolto solo i primi 10 cm, non metto tutto sotto, gli metto l’acqua, lo pesto perché devo far fango altrimenti la risaia mi si svuota perché i miei terreni sono permeabili. Vado avanti e indietro col trattore, faccio del fango. Questo fango rimane dentro nell’acqua, dopo 2-3 giorni quando il fango si deposita sul fondo e l’acqua, 4 o 5 cm, diventa limpida, a quel punto semino il riso.

Non uso la tecnica di semina sul verde che usa Una Garlanda (

https://storiedelbio.it/2021/06/15/una-rivoluzione-in-risaia/ ) perché loro hanno un terreno impermeabile, i loro terreni sono argillosi, sostanzialmente adatti a far mattoni. Hanno il problema esattamente opposto al nostro. Loro se piove tanto non riescono neppure a entrare, io se piove anche una settimana dopo un’ora entro nel mio terreno, perché la mia è tutta sabbia e ghiaia. Quindi io cosa faccio? Lo pesto, quindi faccio della fanghiglia e quando l’acqua è limpida semino.

Noi usiamo dei risi particolari come il Rosa Marchetti, probabilmente metteremo il Novara. Sono dei risi che diventano alti in modo che emergano rispetto alle erbacce. Non sono risi che trovi in commercio perché saremo solo una decina a metterlo (Cascine Orsine, Una Garlanda, noi e pochi altri).

Dietro il riso ci sono interessi incredibili dei sementieri.

Tutto il resto del riso, quello convenzionale, è Clearfield [varietà tolleranti agli erbicidi] che quando l’hanno seminato entrano col Glifosate e muore tutto.

Noi non concimiamo, facciamo solo rotazioni. Però ti devi accontentare: invece di fare 70 quintali per ettaro ne fai 30.

Come mai la resa è così diversa?

La resa è così bassa perché gli altri concimano con l’urea ( https://agronotizie.imagelinenetwork.com/fertilizzazione/2025/09/16/bando-dell-urea-risicoltori-in-allarme/88077 ) e poi dipende dalla fertilità naturale del terreno.

Dal satellite lo vedi bene. C’è il parco del Ticino, ci sono i boschi e poi c’è una fascia che si chiama pre-parco dove, prima dell’arrivo del Canale Cavour nell’ Ottocento erano tutti boschi che sono stati tolti dalle comunità locali con una bonifica enorme e sono diventati coltivabili. Ma erano boschi su terreni ghiaiosi, ci vorranno mille anni prima che recuperino la stessa quantità di humus di un campo che ho a 4 km da qui in una zona che non per caso chiamano California.

A parte ciò le nostre rese sono dovute a questi fattori: uso di varietà non molto produttive; solo rotazioni – nessun concime; le erbacce che comunque abbiamo nel biologico. Però non è solo importante quanti quintali fai ma anche la Resa dopo la Pulitura. Dei miei amici hanno fatto 40-45 q.li per ettaro ma con una resa del 18% dopo la pulitura, mentre io ho mediamente una resa tra il 40 e il 45%.

Alla fine è il riso bianco quello che conta. Questo è fondamentale e vale anche per la frutta da sgusciare come le nocciole.

Tornando alla vostra certificazione, visto che siete in 4 già certificati, vorrei sapere come avete fatto.

Abbiamo fatto l’analisi del terreno sia quella chimica che quella organica e anche la CO2 contenuta. Come dicevo i risultati sono inaspettatamente molto migliori di quelli dei miei vicini che fanno agricoltura convenzionale.

Se ne è occupata l’Università di Milano, che viene a prendere dei campioni. Poi, più in superficie, ovviamente vengono monitorate le erbe spontanee. E lì c’è una belle sorpresa nel senso che c’è una quantità di erbe spontanee impressionante siccome ovviamente noi non diserbiamo. Una cosa interessante: sono tutte buone da mangiare, questa è la prima cosa che ho capito. E incredibilmente non soltanto sono sopravvissute ma sono presenti in misura importante. Le nostre rive sono tutte fiorite, se tu cammini nei nostri campi tu haidai papaveri alla camomilla, ma ci sono decine di erbe diverse. Poi ci sono quelle parassite delle altre, una quantità di erbe meravigliosa. Anche questo è un segno di tutela della biodiversità. Guarda che non ci costa niente.

Poi cerchiamo chiaramente di organizzare una rete ecologica con questi filari che per noi hanno un doppio scopo. Per noi il filare lungo il bordo è un filare frangivento. Nel 2023 abbiamo avuto una tempesta colossale. Si sono salvati, sono rimasti intatti, gli alberi che per fortuna avevano intorno una siepe vicino sul bordo.Io devo ringraziare quelle siepi perché mi hanno veramente salvato il meleto. Le noci invece sono cadute perchè non avevano intorno una siepe. Adesso la stiamo costruendo. Cosa significa questa cosa qua? Tu fai queste siepi ovviamente prima con dei cespugli e poi con degli alberi, secondo un criterio che l’Università ci dice, alternando alcune specie come il nocciolo, ecc., ecc. Sono abbastanza basse, però molto fitte e questo consente di creare questa rete di strade che non soltanto, ci aiutano per il vento, lo smorzano tantissimo. Ma, secondo quello che a noi piace, sono anche delle autostrade per gli insetti e per gli animali. Tieni conto che noi abbiamo anche messo le api. Tu sai che le api sono abbastanza in crisi, però con il grano saraceno, con queste cose che ti sto dicendo riusciamo a fare del miele. Ma poi le api ci servono per impollinare le mele e quindi tutto questo costituisce un sistema.

Dunque a cosa vi serve questa certificazione?

A noi interessa questa cerificazione Biodiversitas attraverso Polyculturae per coltivare avendo dei riscontri sempre più oggettivi. Da una parte è una certificazione ma dall’altra è anche una guida per fare delle scelte scientificamente fondate che attestino che veramente aumenta la biodiversità, la fertilità del terreno. Qui hanno fatto le analisi e hanno verificato che è aumentata nel tempo e i nostri campi sono più ricchi di fertilità di quelli dei nostri vicini condotti in modo convenzionale, ricchi di sostanza organica, di CO2 immagazzinata, di carbonio.

E poi questa certificazione non serve tanto per dire quello che c’è, quanto perché ti aiuta a fare le cose. Noi siamo dotati di un piano in cui su una planimetria sono segnate delle reti che occorre fare. E su queste reti, che sono contraddistinte da una sigla, sono indicati i tipi di piante da mettere, noi le piantiamo e poi cerchiamo di farle crescere. Il senso di questa certificazione è quello che ti aiuta a diventare virtuoso.

Cioè tu chiedi la certificazione, viene fatto un piano sulla tua azienda. Tu lo attui e quando l’hai attuato, in tutto o in parte, allora puoi avere la certificazione.

Faccio un esempio . Una delle 4 aziende attualmente certificate che è a Trino Vercellese è in un posto, che come tu puoi immaginare, è il deserto dei deserti. Questo bravissimo agricoltore sta cercando di convertire al biologico , nonostante il parere negativo di tutti i suoi parenti, la sua azienda e anche di introdurre questi elementi di naturalità. Lo sta facendo, ma non l’ha ancora completato. Però è aiutato e i primi risultati li ha ottenuti perché, ad es. ha fatto alcune siepi, filari, boschetti, ecc.

Siamo andati lì un giorno e ci siamo appostati. Dovevi vedere quanti uccelli c’erano in quel posto. Subito abbiamo trovato le garzette, i guardiabuoi, gli aironi bianchi, gli aironi grigi. Sono piombati lì, capito? Questo è un indicatore, cioè vuol dire che la strada è giusta da questo punto di vista.

Con la fauna come siete messi? Avete le rane?

Noi abbiamo le rane, i girini, abbiamo i tritoni. C’è di tutto e di più. Quando noi abbiamo allagato le risaie, ero lì che stavo cercando di fare una foto e è partito un canto di rane che sentilo e poi mi dici.

La nostra è l’unica azienda, delle 4 già certificate, che non è solo risicola. Le altre sono prettamente risicole. Ma è un caso, non è che siamo più intelligenti degli altri.

Noi siamo anche fortunati perché siamo confinanti col Parco del Ticino mentre gli altri no. Per cui abbiamo alle spalle un bosco naturale importante e quindi ne beneficiamo. Tu chiedevi tra gli altri altri criteri quanti selvatici ci sono. Io cosa vuoi che ti dica ho la volpe, ho il tasso, ho 200, tipi di uccelli, per cui ho il picchio rosso, il picchio verde, il picchio nero.

Ci sono anche i cinghiali ma per la verità sono più gli uomini che loro che mi fanno i danni. Questo è un beneficio. Però cosa significa? La nostra azienda in realtà è quasi un’estensione del Parco perché noi facendo queste rive alberate ecc. portiamo fuori quel che c’è nel parco e poi diamo anche da mangiare a questi uccelli e a tutti questi organismi, a differenza delle altre tre aziende che sono calate proprio dentro il deserto della risaia. Però volevo dirti questo. Quando io lavoravo a Vercelli, quindi parliamo di 50 anni fa, giravo e sentivo da agricoltori importanti che non è vero che ci sia stato sempre tutto riso. Dicevano che quando c’è stato un momento in cui era molto richiesto il pioppo hanno fatto tutti pioppeti. Poi, passata la moda del pioppo, hanno ricominciato col riso.

Questo per dire che non sono aree vocate per sempre, dipende molto dall’economia generale. Dipende, non è vero che lì ci può stare solo il riso.

In tutto questo come si è sviluppato il vostro rapporto con l’Università? Che importanza ha avuto?

C’è stato un momento, 20-30 anni fa col Parco del Ticino sia piemontese che lombardo, in cui è successo che si è cominciato a fare analisi su che tipo di agricolturabisognava tutelare. Io per esempio sono stato incaricato nel 2.000 di promuovere l’agricoltura biologica nel Parco del Ticino piemontese. Tieni conto che, il Parco Piemontese è del 1975 e che nel momento della sua istituzione non erano riusciti a fare un censimento delle aziende agricole nel parco perché chi doveva censire era allontanato a badilate, coi forconi, dai contadini che non volevano sentir parlare del Parco. Sono passati 25 anni, io ho ripreso questo censimento e delle 265 aziende presenti nel Parco ne erano rimaste solo 65, quindi molto poche, concentrate.

Abbiamo cercato di fare questo censimento e siamo stati accolti tutti bene. Quindi hanno capito dopo 25 anni che forse non conveniva prenderci a forconate.Bene di queste 65 aziende ben 21 hanno deciso di adottare la coltivazione biologica.

Così è successo, che alcuni Istituti bancari regionali, ma anche Cariplo e San Paolo, che hanno a disposizione dei fondi per studi e ricerche, hanno messo a disposizione dei soldi per fare delle ricerche in questo campo. E qui salta fuori l’Università perché a questo punto se devi chiedere dei soldi devi chiederli attraverso un progetto che dev’essere minimamente strutturato e quindi l’Università gioca un ruolo importante. Poi naturalmente l’Università ha questa possibilità di finanziare delle ricerche, sostanzialmente dei dottorati triennali (30-40.000 euro) dove il dottorando sviluppa una ricerca su di te.

Per cui noi, ad es., beneficiamo di una borsa di studio che studia la biodiversità. Per cui il marchio Biodiversitas è sostenuto da una dottoranda che ha finito il suo lavoro e il tema era proprio quello di mettere a punto un sistema di verifica della biodiversità. Che non è completato, perché è una bozza sulla quale stiamo lavorando.

Sul sito c’è scritto: documento tecnico in via di definizione…

E’ così, proprio per le cose che ti dicevo, nel senso che man mano che tu entri nel merito della biodiversità ti rendi conto che le competenze necessarie sono sempre più numerose.

E quindi l’idea è quella di coinvolgere in questi studi altri ricercatori, qualcuno che si metta a disposizione, che so l’erpetologo, anche figure come questa .

Perchè sai i nostri amici di Una Garlanda stanno recuperando una tartaruga che era sparita dalle nostre risaie. Noi come Parco del Ticino stiamo cercando di riportare in vita i tritoni e le salamandre. Chi si occupa di queste cose qui è appunto l’erpetologo e non il botanico.

Il problema che c’è stato è che abbiamo fatto tutto quest’impianto qua prima che scoppiasse il COVID-19, per cui è rimasto tutto sospeso praticamente per 3 anni.

Quindi abbiamo ripreso un po’ a fatica queste cose qua.

Ho capito, ma alla fin fine questa certificazione a che cosa vi serve?

Non è semplice risponderti. Io mi aspetto, grazie alla collaborazione con L’Università, di avere a che fare con delle persone che mi guidano il più scientificamente possibile verso alcune soluzioni. Da solo non ce la faccio, non ho queste conoscenze.

Per cui il fatto che qualcuno ti spieghi o comunque ti aiuti a organizzare la tua azienda in un certo modo, secondo me è meglio. In che modo?

Io ti ho detto che quello che sto cercando di fare è quello di integrarmi il più possibile con un Parco naturale con tutto quel che significa un parco naturale. Ma anche con tutto quel che significa la storia di questa zona. Perchè io ho visto che alle persone che vengono qui da noi io gli posso dire guarda questo Rosa Marchetti è un riso particolare che cuoce in 20 minuti, ecc., ecc. Ma quando gli dico guarda che dietro quel nocciolo lì c’è un monticello che è la tomba di un romano, questo dice: caspita che interessante!

Ma allora ti serve più la tomba del romano che la certificazione Biodiversitas?

No, questo è un esempio tanto per dire che quando uno mangia vuol mangiare quel prodotto lì ma vuol mangiare anche qualcosa di più. Nel senso che gli piace che questo riso qui è buono, ma gli piace anche sapere che si chiama così perché il conte Marchetti l’ha dedicato a sua moglie Rosa ( il conte Marchetti trova questa spiga sul bordo e la dedica a sua moglie Rosa, ma no rosa è il chicco, vabbè sarà rosa anche il chicco però Rosa è la moglie… ). Gli interessa dire che l’ha preso in una risaia confinante con un boscodove dentro c’erano le anatruzze e i pesciolini, ecc. Cioè quello che mangia è anche il racconto di queste cose. Perchè è anche un nutrimento per il sua mente, non soltanto per la sua bocca.

Ma se gli dici questo ha il marchio biodiversitas lui cosa capisce?

Ti può chiedere della biodiversità e tu gli dici della biodiversità, gli spieghi del tritone, gli alberi, le siepi,i grilli. Ma vieni a vedere, passeggia con me. Tutti quelli che vengono a visitare l’azienda rimangono sconvolti

Non venderai mica tutto in azienda..

No, ma facciamo soprattutto vendita diretta. Facciamo il Mercato della Terra di Slow Food a Milano (Fabbrica del vapore) e un mercato a Novara. Facciamo almeno metà del fatturato vendendo online perché è facile spedire le noci e il riso.

Abbiamo anche un punto vendita a Romentino ma è chiuso fino a settembre perché adesso non abbiamo prodotto da vendere. Siamo legati alla stagionalità.

Ma questo è un altro aspetto. Voglio dire che chi compra i nostri prodotti ama anche vedere o sentirsi raccontare tutto quello che c’è intorno all’agricoltura. Ho sostituito mio figlio un paio di volte a Milano e tutti i clienti erano interessati a queste cose qua. Non gli importava nulla del prezzo, nel senso che si fidavano del fatto che i nostri prodotti siano naturali, che sono cose buone. Ma poi, a molti di questi, piaceva molto il racconto sull’azienda agricola, vicino al Parco. Tieni conto che il Carnaroli che trovi a 3,50-4,50 €; io lo vendo a 5,50 € ma io devo recuperare il costo delle rotazioni.

Molte aziende bio qua intorno se lo vendono a 7€ al Kg . Però io dico sempre questo: con un kg del mio riso a 5,50 ci fai 12 risotti, quindi è meno di 50 ct. a porzione. Se vai a comprare le ciliege le paghi 15 euro al Kg….

Cosa vi può aiutare meglio per andare avanti?

Quello di cui abbiamo bisogno sono delle competenze specifiche, approfondite, importanti. Non è tanto il bla, bla, bla. Guarda che quando a me hanno detto che la temperatura dell’aria aumentava e invece quella del terreno diminuiva mi sono chiesto perché ma nessuno me lo sa spiegare. Probabilmente per problemi che si stanno ancora studiando. Però l’effetto è stato che non abbiamo fatto il miele.

Secondo me ci vuole un supporto, più scientifico possibile che ti spieghi alcuni fenomeni e ti aiuti a capire. Ci vogliono anche delle professionalità nell’ambito della comunicazione importanti per cui anche il tuo prodotto dev’essere sostenuto da una comunicazione efficace e efficiente. Ormai i tempi son cambiati, non puoi più dire il mio prodotto è bello.

Devi argomentare bene le tue cose in modo più scientifico. Ma non solo, anche il tipo di comunicazioni che fai dev’essere assolutamente studiato, Ti dico questo perché ho la figlia che fa la giornalista e mi critica sempre. Mi dice : sbagliate completamente la comunicazione che dev’essere costante, chiara, veloce, ecc. Mentre noi facciamo dei pipponi che non finiscono più e poi magari siamo assenti per 6 mesi. E’ chiaro che non funziona.

(*) Ogni eventuale errore o omissione è di esclusiva responsabilità dell’intervistatore