Sciovinismo agricolo
Il Ministero dell’agricoltura della sovranità alimentare e delle foreste ha recentemente reso pubblica la bozza del regolamento del marchio “Biologico Italiano”. Pubblichiamo qui di seguito un commento di Diego Delavega che smonta l’impianto di questo provvedimento. Fortunatamente non tutti i rappresentanti del settore sono caduti nella trappola dell’amor di patria con cui la Coldiretti e il suo ministro della sovranità alimentare sono fin qui riusciti a abbindolare parte degli agricoltori.
Già nel 2024, quando ci sono state le grandi agitazioni degli imprenditori agricoli, le maggiori associazioni professionali degli agricoltori europei erano riuscite a stento a riprendere il controllo della base agitando la bandiera dell’antieuropeismo e del rifiuto del Green Deal agricolo. Ma nel caso del biologico il giochino risulta più difficile dato che, come ha ricordato giustamente Fabrizio Piva su GreenPlanet: “ Il biologico nasce nell’alveo di uno spirito mondialista ed internazionalista in cui le barriere ed i confini non sono un valore che gli appartiene. La tensione verso un ambiente più pulito, più salubre, verso prodotti “buoni” e giusti non trova nutrimento nella cultura dei confini, delle barriere, dei muri, in un termine del nazionalismo. Già alla fine degli anni ’90 del secolo scorso ci si chiedeva come trovare le “giuste” equivalenze con la normativa UE al fine di favorire la crescita del settore sia dentro che fuori l’UE e non tanto come difendere il nostro “fortino del bio” ( https://greenplanet.net/logo-bio-da-arma-letale-a-pallottola-spuntata/ )” .
Ben altri sarebbero gli interventi di cui ci sarebbe bisogno come, sempre nello stesso articolo, Piva ricorda.
Non stupisce che il ministro, espressione di una subcultura che adora il dio nazione, e la Coldiretti che ne è l’ispiratrice e il braccio armato, si siano inventati questa trovata di un biologico italiano unico al mondo. Quello che fa specie è che anche Federbio (https://feder.bio/mercato-bio-crescita-solo-nella-gdo-vale-4-miliardi/ ), la maggiore organizzazione del settore, si sia accodata.
IL MARCHIO GIALLO
Scriveva Orazio nella sua Ars poetica “Parturient montes, nascetur ridiculus mus”, traducibile in «Le montagne partoriranno, nascerà un ridicolo topo», anche se nell’uso comune il ridicolo si è perso per strada ed è rimasto soltanto “La montagna ha partorito un topolino”.
Nel caso del decreto ministeriale recante le condizioni e le modalità di attribuzione del Marchio Biologico Italiano possiamo ben dire che la montagna ha partorito una pantegana (Rattus norvegicus, volgarmente ratto delle chiaviche).
Alla bozza non è che siano mancati commenti aulici.
Il ministro Lollobrigida l’ha definito «Un segno distintivo di qualità e sicurezza a tutela delle eccellenze agroalimentari italiane e delle persone che sceglieranno di acquistarle».
Altri hanno aggiunto, generosamente:
- «L’introduzione del marchio ufficiale “Biologico Italiano” rappresenta una delle iniziative più significative nella politica agroalimentare nazionale degli ultimi anni» (nientemeno!), discettando poi di «concezione strategica», «solidità del suo impianto normativo e operativo», «insieme di regole chiare, requisiti tecnici stringenti e meccanismi di controllo rigorosi».
- «Con il marchio italiano stop agli inganni (“Il marchio del biologico italiano aiuterà finalmente il consumatore a fare scelte consapevoli e a valorizzare il lavoro della filiera agricola Made in Italy”)», come a dire che nei 35 anni trascorsi dall’adozione del primo regolamento a caratterizzare il settore sono stati imbrogli, tranelli, frodi e raggiri, cui alla buon’ora si è deciso di porre un freno.
- «Potrà finalmente rappresentare il vessillo culturale del modello biologico italiano (la «bandiera culturale» del modello biologico italiano)»
- «Tutelerà le produzioni 100% nazionali»
- «Questa iniziativa offre grandi opportunità al settore, con particolare enfasi sull’export»

Più coi piedi per terra il commento di Giuseppe Romano di Aiab (leggetelo nella sua interezza a pagina https://greenplanet.net/il-marchio-del-bio-italiano-divide-per-aiab-non-basta-un-logo-a-rilanciare-i-consumi/), in buona parte condivisibile, non solo per il riferimento all’origine dei roditori:
«Qual è il plus valore che questo logo va a comunicare? Diciamo che la montagna ha partorito un topolino».
L’ articolo 3 dell’allegato al decreto indica, infatti, che
«Il Marchio può essere utilizzato da tutti gli operatori […] quando il prodotto biologico è contrassegnato con la dicitura “Agricoltura Italia” o “Acquacoltura Italia”» e «il marchio può essere utilizzato da operatori che abbiano sede legale e produttiva nel territorio dell’Unione Europea».
In sostanza, un assoluto duplicato (cui nulla aggiunge) delle diciture «Agricoltura ITALIA», «Agricoltura UE (Italia)» o «Agricoltura ITALIA-SICILIA», già previste fin dal regolamento 834 del lontano 2007.
Sbaglierò, ma aver speso 40.000 EUR di risorse pubbliche per duplicare un attestato ufficiale già previsto dal diritto UE dovrebbe far rizzare le orecchie anche alla magistratura contabile.
Va detto che il marchio ufficiale “Biologico Italiano” non è uno scimmiottamento dei loghi francesi (AB) e tedesco (Biosiegel), la cui adozione nei rispettivi Paesi era giustificata dall’assenza, all’epoca, del logo europeo, con la conseguente necessità di meglio identificare a scaffale i prodotti biologici; si tratta di marchi concessi liberamente, senza alcun intento protezionista, a qualsiasi operatore conforme, nazionale, comunitario o extracomunitario.
Il marchio tricolore propone, invece, l’elemento distintivo della produzione agricola sul territorio della Repubblica: può venire concesso non solo a prodotti realizzati in Italia, ma anche a quelli elaborati a partire da materia prima interamente italiana da un’impresa impresa tedesca o francese (nell’attuale formulazione non a un’impresa di un Paese extra UE riconosciuto equivalente, nel Canton Ticino se ne faranno una ragione).
Questo aspetto, che pure è quello più apprezzato dai sovranisti de noantri, costituisce la maggior criticità dell’impianto del decreto, collidendo con il diritto europeo, come aveva segnalato sin dal 2010 INEA nel rapporto commissionatole dall’allora ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e come ha consumato tastiere per spiegarlo Roberto Pinton (una per tutte: https://ilfattoalimentare.it/approvata-nuova-legge-italiana-biologico-commento-pinton.html).
Può anche non piacere, ma ogni centesimo speso per il marchio ufficiale “Biologico Italiano”, a partire dai 40mila EUR con cui è stato premiato l’autore, costituisce aiuto di stato, in quanto teso “a rafforzare le preferenze dei consumatori nazionali a favore dei prodotti degli stessi Stati membri” e, in quanto tale, incompatibile con l’articolo 28 del Trattato CE perché idoneo a falsare la concorrenza.
Può anche non piacere, ma il Trattato esclude qualsiasi discriminazione fra produttori della Comunità e considera inconciliabile con il mercato comune misure che incidano sugli scambi tra Stati membri, falsando o anche solo minacciando di falsare la concorrenza.
Anche se i 40.000 EUR spesi per il contest non sono una somma ingente, buttarli dalla finestra grida vendetta al cospetto di qualsiasi dio.
La stessa somma, investita in una campagna su Facebook (o altrove, per chi non apprezzasse Mark Zuckerberg) avrebbe portato grossomodo a 15 milioni di contatti, in particolare se ideata e gestita meglio dei precedenti terrificanti flop – cui peraltro le ossequiose organizzazioni del settore non hanno fatto mancare il loro incomprensibile apprezzamento – con il buon Elio (senza le Storie tese) e un Luca Sardella buono per tutte le stagioni.
Il tutto senza bisogno di andare a sbattere contro il Trattato CE, di costringere (scommettiamo, pochi) operatori a modificare le etichette, di aggiungere burocrazia a burocrazia e nuovi incarichi all’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari.
Tra l’altro: con che numero o frequenza dei controlli da parte dell’ICQRF ? Un’ispezione l’anno per operatore? Un’ispezione casuale sulla radice quadrata del numero di operatori aderenti?
O farà fede la dichiarazione degli operatori, con controlli solo a campione?
E in questo caso, al ministero sta bene concedere un marchio ufficiale di sua proprietà, “segno distintivo di qualità e sicurezza, a tutela delle eccellenze”, dietro semplice autocertificazione da parte dell’operatore?
Non avendovi giurisdizione, come farà l’Ispettorato a controllare un’azienda di un altro Paese UE che volesse vantare il prestigioso Marchio Biologico Italiano su un succo di arance acquistate in Sicilia?
Con che capitolo di bilancio pagherà la trasferta dei suoi funzionari agrari?
Saranno sufficienti a far funzionare tutto il baraccone “le risorse umane, strumentali e finanziarie già previste a legislazione vigente”, come per prassi stabilisce il DM?
Diego Delavega
P.S. per chiarezza: graficamente il marchio sarebbe pure pregevole. È apprezzabile anche che il design sia meno astratto del logo europeo: come segnala il più recente dei tre studi citati in nota, la semplice aggiunta del dettaglio “bio” o “eco” all’attuale logo europeo modifica significativamente la percezione da parte dei consumatori.
Ma prima dell’adozione non è stata condotta la minima ricerca sulla sua efficacia sulla disponibilità ad acquistare e a pagare un premium price in Italia né tanto meno all’estero (considerando che si ipotizza un impatto meraviglioso e straordinario anche sull’export): è stato considerato un semplice elemento visivo e la valutazione è stata puramente estetica.
Quale imprenditore si comporterebbe così coi suoi soldi?
Sull’argomento vedasi:
- Hartmann, Monika & Yeh, Ching-Hua & Gorton, Matthew & Tocco, Barbara & Torok, Aron. (2025). Enhancing Sustainability Label Effectiveness Through Logo Design Modification: An Analysis of the EU Green Leaf Logo. Agribusiness. https://doi.org/10.1002/agr.70013
- Zander K, Padel S, Zanoli R (2015), “EU organic logo and its perception by consumers”. British Food Journal, Vol. 117 No. 5 pp. 1506–1526, doi: https://doi.org/10.1108/BFJ-08-2014-0298
- Septianto, F., Kemper, J., & Paramita, W. (2019). The role of imagery in promoting organic food. Journal of Business Research, 101, 104-115. https://doi.org/10.1016/j.jbusres.2019.04.016.
E chiaro che l’esibizionismo superficiale del governo attuale e soprattutto del ministero dell’agricoltura, sono solo in grado di distribuire bonus corporativi e questo del logo nazionale biologico ne è un corollario.
Voglio commentare una frase della nota: Il logo porterà «solidità del suo impianto normativo e operativo», «insieme di regole chiare, requisiti tecnici stringenti e meccanismi di controllo rigorosi».
Faccio notare che in Italia per rendere veramente operativo il processo agricolo biologico, in Italia mancano le direttive e le regolamentazioni regionali per applicare “con regole chiare” sia il processo biologico agricolo entro i RPR – Regolamenti di Polizia Rurale comunali, sia “i meccanismi di controllo rigorosi” per gestire i conflitti tra i processo di difesa integrata (che utilizza i pericolosi prodotti fitosanitari di sintesi) e il processo biologico.
Se non si risolveranno conflitti e responsabilità innalzando a pari dignità l’operativit dei due processi, le produzioni bio rimarranno sempre minoritarie e confinate entro le riserve indiane delimitate dall’arroganza delle derive tossiche, dalle attuali irrilevanti e incerte sanzioni, e dalle responsabilità istituzionali equivoche.