IL PARADOSSO DELL’ IBIS SACRO

Gennaio 18, 2026 1 Di Giuseppe Canale

L’Ibis Sacro ( Threskiornis aethiopicus ) è una specie esotica invasiva di rilevanza unionale la cui diffusione dev’essere contrastata ai sensi del Regolamento Ue 1143 del 2014 ( https://www.isprambiente.gov.it/files2018/notizie/allegato.pdf ).

Per specie esotiche ( o aliene/alloctone ) si intendono tutti quegli organismi animali o vegetali (ma anche fungini e microbici) che sopraggiungono in un determinato territorio dove non erano mai stati presenti sfruttando vie di ingresso create dalle attività umane. Tra di esse le specie aliene invasive sono quelle che destano maggiore preoccupazione in quanto sono in grado di provocare gravi danni alla biodiversità autoctona e ai servizi ecosistemici ad essa correlati.

In passato l’ibis sacro viveva in Egitto, dov’era venerato come una divinità (Dio Thot). Al giorno d’oggi, l’ibis sacro è estinto in Egitto ma ampiamente diffuso in Africa sub-sahariana e Iraq sud-orientale.

Il suo insediamento nel nostro paese non è di origine naturale ma dovuto all’uomo, e l’ibis è ormai specie nidificante naturalizzata. Questo significa che si tratta di una specie introdotta in tempi recenti e presente allo stato selvatico con popolazioni in grado di autosostenersi e di diffondersi spontaneamente, tanto più che qui da noi non ha predatori. 

Durante il periodo della nidificazione, costruisce una piattaforma composta da rami, foderata con rametti, piume o erba, dove depone solitamente 3-4 uova bianche che saranno covate da maschi e femmine indistintamente per 23-25 giorni, e da cui nasceranno altrettanti piccoli. Si riproduce in sovrapposizione con i siti di nidificazione di diverse specie di aironi (siti tipicamente chiamati garzaie). In queste colonie miste, situate spesso su alberi vicino all’acqua, l’ibis risulta essere un micidiale competitore rispetto alle specie presenti, come garzette, aironi guardabuoi e nitticore.

I loro grandi raggruppamenti notturni possono diventare luoghi di accumulo di guano per via delle deiezioni, e in alcune zone sono stati documentati danni alle risaie, dove questi uccelli con il calpestio e il loro becco lungo e sottile possono causare lo sradicamento delle piantine di riso. Tutto questo è noto e documentato da anni. (vedi: Invasione dell’ibis sacro: «Non allarmismo ma problema ecologico». Lo dice la scienza )

Quando ho saputo che anche Paolo Maria Mosca, risicoltore biologico vercellese di cui abbiamo pubblicato un intervento qualche anno fa ( https://storiedelbio.it/2021/10/16/imprenditori-agricoli-lungimiranti/ ), era assediato dagli ibis sacri mi sono chiesto come mai fosse successo proprio a lui che è uno dei pochi risicoltori impegnati nella rinaturalizzazione di un territorio devastato dalla monocultura. Nelle sue terre Paolo non soltanto produce il riso con tecniche biologiche-conservative ma ha anche sviluppato importanti pratiche di ripristino della biodiversità tra cui spicca il recupero, con un notevole impegno di risorse e energie, di una importante zona umida.

Certo sappiamo che la rinaturalizzazione, mirando a ripristinare ecosistemi sani, può essere ostacolata dalle specie aliene invasive. E comporta una complessità di gestione ambientale, tra processi consolidati e impatti alloctoni, che richiede interventi attivi e la cooperazione di tutti i soggetti coinvolti. 

Ma è paradossale che siano proprio le realtà più impegnate nella rinaturalizzazione, come nel caso qui esposto, a dover pagare il prezzo più alto a causa di una specie invasiva come l’ibis sacro.

Qui di seguito la trascrizione di quel che Paolo mi ha raccontato l’estate scorsa.

Paolo Maria Mosca:

Agronomo, agricoltore e insegnante, Paolo M. Mosca conduce, con i suoi genitori, Cascina Cesiola Vecchia ( https://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/territorio/item/4674-nelle-risaie-vercellesi-una-alleanza-tra-agricoltori-e-ambiente-naturale ) un’azienda risicola storica del vercellese che, a partire dal 2007, ha convertito all’agricoltura biologica e conservativa riuscendo a mantenere una buona redditività. L‘area umida di Cascina Torba, uno spazio di undici ettari dedicati esclusivamente alla biodiversità, annessa nel 2015, costituisce parte integrante dell’azienda e dei servizi ecosistemici da questa resi all’ambiente.( vedi: https://www.granaidellamemoria.it/index.php/it/archivi/storie-di-riso/paolo-maria-mosca )


I danni da ibis sono solo sulle mie risaie

intervista a Paolo Maria Mosca (*)

Giuseppe Canale – luglio 2025

Ho visto che sei assediato dagli Ibis Sacri. Puoi spiegarmi cosa succede?

Ci sono due ordini di problemi. Uno più ambientale, l’altro più economico. Nella zona umida il problema è ambientale in senso stretto in quanto la zona umida è una garzaia sulla quale sono stati fatti degli interventi di riqualificazione finanziati tra l’altro dal PSR (Piano di Sviluppo Rurale del Piemonte, misura 441). Oltre a questi interventi di riqualificazione sono stati fatti anche interventi di gestione. Nel senso che è un’area di 11 ettari nella quale lavoriamo in modo veramente scrupoloso da alcuni anni con un dispendio di energie non indifferente. Per fare cosa? Per dedicare questi 11 ettari alla biodiversità. In questa garzaia nidificano l’airone cenerino, il guadabuoi, la nitticora…

Da alcuni anni a questa parte si ha un decremento delle specie che ti ho detto in favore di ibis sacri che nidificano numerosi sugli alberi che prospettano su questo specchio d’acqua. Di per sé questo non è che sia una tragedia. Se non che occupano lo spazio degli altri e la tragedia vera è che a forza di nidificare e occupare questi alberi li fanno morire. Lo fanno in due modi: facendoci la cacca sopra in modo continuativo così da farli diventare completamente bianchi e spezzando i rametti lì intorno per costruire i loro nidi. Questa è una tragedia perché quel posto che era veramente un gioiello adesso comincia ad essere costellato di alberi morti. Non ci sono più gli aironi ma ci sono gli ibis. Questo è il problema di carattere ambientale.

Quindi finito di fare tutti i loro comodi nella garzaia si spostano tra la metà di giugno e la prima decade di luglio nelle mie risaie, sistematicamente sempre in questo arco temporale. Arrivando numerosi in risaia per mangiare, spezzano il riso e lo danneggiano con questa loro azione meccanica di calpestamento. Questo è l’aspetto che definisco economico ma è anche ambientale perché in quelle risaie attuo una risicoltura biologica, non vengono fatte asciutte, non si fanno trattamenti e concimazioni. Quindi c’è tanta biodiversità, ci sono le rane e tutti i cicli biologici che si instaurano. Questi arrivano e mangiano tutto, dico tutto proprio tutto! Quindi c’è un aspetto economico e ambientale insieme. Questo è un po’ il punto.

Quindi non è da adesso che avviene questa cosa

Io ho denunciato i primi danni nel 2018. Dal 2018 ad oggi sono state fatte tante cose e ho anche ottenuto delle perizie dei danni subiti che ammontano a decine di migliaia di euro.

Dal 2018 io ho anche interessato la Provincia, che è l’ente territoriale competente per il Parco del Po Piemontese e Ispra che è l’altro ente interessato per cui vennero due loro funzionari. Nel 2020 grazie alla forte spinta che feci Ispra emise un primo piano di gestione dicendo: guardate che la specie è in forte aumento.

Fino al 2018 sembrava una cosa limitata anche se io cominciavo a vedere degli effetti sostanziali sull’ambiente per il loro numero crescente di anno in anno. Nel 2020 c’è il piano di Ispra dove sostanzialmente si dice che in ottemperanza al regolamento comunitario sul contenimento delle specie esotiche invasive dobbiamo intervenire e si può intervenire in x modi diversi. Che vuol dire dallo sparo con arma dedicata per non impattare sulle altre specie, alla sterilizzazione delle uova, alla cattura. Insomma tutto quello che si può fare a seconda del tipo di ambiente, di caratteristiche. Anzi che si deve fare.

Questo era il 2020, poi mancano sempre i soldi per fare qualsiasi cosa, sempre. Nel 2023 si trova un finanziamento tramite il Parco del Po per avviare le prime attività. Due anni per studiare e mandare un incaricato con un drone con un beccuccio che spruzza dell’olio sterilizzante sopra le uova di una popolazione di 700-800 individui in quel punto specifico. Nell’estate 2025 in un giorno di lavoro (l’unico programmato in quel sito per quell’anno) con il drone è riuscito a spruzzare l’olio su forse, parole sue, 15 uova. E quindi ho deciso di mettermi a gridare, a chiedere aiuto al mondo intero.

Ma vengono tutti da te questi ibis?

Vengono esclusivamente e scientificamente nelle mie risaie in quel periodo che ti ho detto. Cioè intorno al 15 di giugno. Non so il perché. Se è perché c’è una biologia tale per cui vengono attratti, perché gli piace che ci sia la risaia un pochino disordinata con un po’ di erbacce. Vanno su tutti gli ettari sistematicamente. Si spostano da una risaia all’altra finché non le hanno passate tutte. Hanno un metodo molto preciso e rigoroso nell’attraversare le risaie. Vanno avanti in batteria in modo scientifico e quando vanno via è perché non c’è più niente da mangiare. Finché c’è da mangiare stanno a pattugliare ogni decimetro quadro. Sta di fatto che i danni da ibis sono fatti solo sulle mie risaie.

Cos’altro hai cercato di fare?

Il problema per me è il danno sulla garzaia e poi lo spostamento sul riso. Ti dico la verità, che dal 10-12 di luglio in avanti gli ibis si sparpagliano sul territorio e io non ce l’ho più quel problema di assembramento e danno sul riso. Il danno sul riso dal 2018 ad oggi è circoscritto ad un periodo molto ben preciso che dura 25-30 giorni.

Io penso che l’intervento sia da fare in modo scientifico e mirato in garzaia. Ho detto al Parco del Po: non ci sono soldi per fare nulla? Ditemi come va fatto. Formo io 2 persone dedicate a fare questo intervento di abbattimento selettivo, con i nidi che voi mi individuate. Il numero di individui che voi mi dite sia ecologicamente corretto prelevare da quel sito. Così riusciamo a preservare un po’ quel sito e evitiamo che da lì vengano a distruggermi le risaie.

No, in via sperimentale veniamo noi a sparare. Quest’anno sono arrivati a sparare e in 5 interventi hanno abbattuto circa 90 individui. Tanto o poco non lo so, sta di fatto che sono 90 in meno sul territorio ma comunque sono 90 di alcune migliaia che tornando in garzaia, nidificano, fanno morire gli alberi a forza di farci la cacca sopra e scacciano le altre specie.

Non capisco come mai un altro risicoltore biologico come Pacifico Aina ( vedi: https://storiedelbio.it/2025/10/22/coltivare-con-la-natura/ ) non abbia gli ibis.

Io ti posso dire questo che, confrontandomi anche con gli amici del distretto di Rovasenda, mi confermano che anche loro non hanno questo problema degli ibis. Ma sia Pacifico che gli amici di Rovasenda sono in un contesto ambientale molto più ricco e variegato. Nel senso che gli uni e gli altri hanno delle zone naturali grandi immerse nell’agro-eco-sistema. Io invece purtroppo sono un isolotto in mezzo all’agrochimica dove non ci sono alberi, non c’è niente per decine di chilometri e quindi quel poco che faccio io è preso d’assalto, giustamente perché vedono che è un posto buono dove stare. Purtroppo sconto un po’ il fatto di essere il solo in zona a fare questo tipo di agricoltura.

Il mio biologico è sicuramente in un’area ad agricoltura super intensiva e porta una quantità di biomassa, di insetti, di biodiversità che attrae gli animali che si nutrono di quella biodiversità. Nessun’altra risaia adiacente alle mie, non dico a un chilometro ma attaccata alle mie ha il problema che ho io. Ci sono tutta una serie di fattori che andrebbero analizzati di cui io non ho competenza.

Gli esperti come lo spiegano?

Mah, non lo spiegano in modo univoco. Diciamo tutti che sarà perché il ciclo della rana, di tutti gli anfibi e rettili della risaia, in quel momento è molto ricco. Il riso è in uno stadio per cui è facile andarci a trovare il cibo in mezzo perché è ancora in fase di levata, di accestimento, è un ambiente molto curioso anche dal punto di vista visivo loro lo trovano molto naturale evidentemente e quindi arrivano in modo massivo. Io ho delle foto dove ci sono delle risaie coperte di ibis. Poi finisce questo periodo e si sparpagliano in modo equidistante sul territorio, se vieni a vederlo in quel momento ti spaventi. Mentre invece sulla garzaia la sera li trovi anche in questo momento, evidentemente loro ci vanno a fare la chiacchierata serale a fare i nidi, ecc.

Paradossale! Ma gli ibis non arrivano perché c’è il cambiamento climatico?

Gli ibis sono stati introdotti da qualcuno e dal 1980 in avanti hanno un comportamento sempre meno legato alla migrazione di ritorno e sempre più legato ad essere stanziali. Mentre fino ad alcuni anni fa tornavano indietro adesso stanno qui fissi e occupano lo spazio tutto quanto l’anno. Questo è anche probabilmente legato al cambiamento climatico.

Tu come pensi che si possa gestire questo problema?

Gestire come l’UE legifera e auspica che gli stati membri facciano, intimandolo anche con procedure di infrazione comunitarie, penso che non sia più possibile visti i numeri in gioco. Mitigare puntualmente le problematiche penso che si possa fare. Benissimo la sterilizzazione delle uova ma si può fare quando si tratta di 10-100 individui, però quando ci sono migliaia di individui in un punto io penso che lo sparo con un calibro molto piccolo, come Ispra ha individuato nel suo piano di gestione e così come sperimentato per esempio in Francia proprio per il piano di gestione degli Ibis di alcuni anni fa, potrebbe essere in quel caso specifico, con tutta la formazione e le indicazioni degli esperti necessarie, salvifico per quell’area.

Non ho altre idee se non cercare di mitigare puntualmente il problema. Ormai non è un problema che si può risolvere . E’ un problema che come ho già detto in alcuni casi specifici può essere mitigato-rallentato in qualche modo.

Questo è quello che penso io senza essere io stesso una persona amante delle armi, dello sparo. Ma cosa diversa è la gestione e il controllo del territorio.

Il tuo problema è chiaro. Ma come si può conciliare la rinaturalizzazione con l’arrivo di specie aliene invasive che ne approfittano?

Faccio un passo indietro, diciamo che il problema è parte di un processo evolutivo, in cui a un certo punto ci innestiamo noi stessi. L’uomo stesso è la specie invasiva del pianeta in un momento storico. Fino a qualche tempo prima l’uomo sapiens quasi non faceva danni, dopo di che è diventato una calamità nel giro di una manciata di anni. Allora dico che probabilmente il problema di cui parliamo fa parte di un processo evolutivo.

Come si può cercare di mitigare questo processo evolutivo in favore di quella che è la nostra visione dell’evoluzione. Mah, io dico rendendo più variegato e complesso l’agroecosistema perché mi sembra di vedere, di notare che quanto più è complesso, articolato, differenziato il territorio tanto più questi animali, insetti, specie aliene invasive trovano comunque un freno o un cuscinetto.

Però il paradosso è che vengono da te che cerchi di ripristinare un ambiente più complesso invece che da quegli altri che lo hanno semplificato al massimo.

Però io dico, se anche gli altri avessero i filari, avessero tutta una serie di infrastrutture ecologiche secondo me gli ibis si distribuirebbero un po’. Si creerebbe anche una biodiversità che li contrasta. Per esempio qui abbiamo una coppia di poiane che ormai sta qui in modo stanziale e fa il suo lavoro. Ma perché quelle poiane possano riprodursi e stare sul territorio ci vogliono tutta una serie di infrastrutture ecologiche, di alberi alti, di territorio strutturato in un certo modo. Ti faccio questo esempio in termini generali, il discorso è molto più complesso e articolato. Però io vivo veramente in un territorio dove per chilometri e chilometri ci sono solo risaie, non c’è un albero a pagarlo oro. Negli ultimi 50 anni son stati eliminati tutti. Capisci che tutto ciò che si insedia su un territorio così spianato, omologato ha vita semplice perché è tutto impossibilitato ad avere antagonisti. Perché gli antagonisti hanno bisogno di un riparo di una struttura e invece non c’è nulla. E quindi questi le specie che riescono a infilarsi nelle pieghe di queste storture prosperano. Prosperano e distruggono tutto.

A questo punto mi pare che l’unica speranza sia che vadano a dar fastidio anche ai tuoi colleghi convenzionali.

Ma vedi che la risaia convenzionale non ha niente da dar da mangiare. Io faccio questa battuta: ha così poco da dar da mangiare che fra un po’ neanche gli agricoltori riusciranno a farlo se andiamo avanti di questo passo. Talmente poco da mangiare dà quel tipo di risaia, sotto tanti punti di vista. Dal punto di vista economico, dal punto di vista della sostenibilità ambientale, da quello della sostenibilità sociale dell’impresa agricola moderna.

(*) Ogni eventuale errore o omissione è di esclusiva responsabilità dell’intervistatore