URINOFERTILIZZANTI

Febbraio 19, 2026 4 Di storiedelbio

Come ci ricorda Giacomo Sartori nel suo “COLTIVARE LA NATURA. Cibarsi nutrendo la terra” (ed. Kellermann, 2023): “L’agricoltura si è scontrata fin dal suo inizio con il problema di come mantenere la fertilità dei terreni che occupa, la quale diminuisce via via…che si sottrae sostanza vegetale (semi, frutti, foglie, steli, radici) che utilizziamo per nutrirci, vestirci e altri fini [op. cit. pag. 21]…la disponibilità a un prezzo contenuto di concimi chimici [ a base di azoto ] ha permesso di trovare una scappatoia temporanea al problema intrinseco dell’agricoltura, quello di ricreare e mantenere nel tempo la fertilità dei suoli….L’utilizzo futuro dei concimi chimici [di sintesi] appare molto problematico a causa degli impatti negativi sull’ambiente e per la necessità di ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili” [op. cit. pag. 71 ].

A questo proposito Claude Aubert nel suo “Les apprentis sorciers de l’Azote” [ed. Terre Vivante, 2022] spiega estesamente perchè: Le ricadute dell’inquinamento da azoto sono considerate una delle più grandi esternalità globali che il mondo deve affrontare, colpendo aria, acqua, suolo e salute umana, come avverte il rapporto del Gruppo della Banca Mondiale del 2019, The Azogen Legacy “.

Non a caso Sartori sostiene che: Per forza di cose si dovranno quindi ricercare metodi che assicurino il ripristino della fertilità senza dispendio di energia non rinnovabile e minimizzando le degradazioni ” [op. cit. pag. 71]

Le vie percorribili in questo senso: “..non possono che adattarsi ai funzionamenti dei processi naturali cercando di trarne il massimo profitto. Il primo grande strumento è costituito dalla capacità delle leguminose di fissare l’azoto, e il secondo dall’utilizzo dei residui animali “ [ op. cit. pagg. 72-73]

Tra i residui animali di cui si è fatto uso fino a non molto tempo fa anche qui da noi vi sono pure quelli dell’uomo. Basti ricordare il caso della città di Milano che ancora nel secolo scorso, prima che venissero contaminate dal massiccio inquinamento chimico, smaltiva le sue acque reflue nei prati marcitori a valle della città, come avveniva fin dal XII secolo.

Forse non è lontano il giorno in cui anche noi torneremo a fare uso delle nostre deiezioni come fertilizzanti, anche perché stiamo consumando più acqua dolce di quando il Pianeta Terra possa sopportare, e questo anche a causa dei nostri sciacquoni. Secondo un recentissimo rapporto delle Nazioni Unite, attualmente il 75% della popolazione umana vive in condizioni di “bancarotta idrica” causate dall’eccessivo sfruttamento di falde, fiumi, laghi e aree umide.

La prospettiva è molto attuale in quelle parti del mondo in cui non esistono moderni sistemi di fognature e/o vi sono grossi problemi nella disponibilità di acqua.

Qui in Europa all’ordine del giorno c’è il tema del riciclo dei liquami prodotti dagli allevamenti intensivi che attualmente vengono sparsi sui terreni agricoli con gravi problemi di inquinamento, ad esempio, in paesi come Olanda ( https://storiedelbio.it/2025/05/19/paesi-bassi-una-storia-che-fa-riflettere/ ) e Danimarca (https://storiedelbio.it/2024/07/10/la-tassa-danese-sulle-emissioni-animali/ ) . Per queste ragioni nel 1991 la Commissione europea emise una Direttiva Nitrati (https://www.agrilegal.it/approfondimenti/la-direttiva-nitrati ) che impone agli Stati membri di individuare le zone vulnerabili (ZVN), monitorare le acque e applicare rigide limitazioni agli spandimenti di effluenti zootecnici e concimi chimici con un limite di 170 Kg di azoto (per ettaro all’anno) nelle ZVN. Da allora si è cercato di contenere il problema anche sviluppando l’impiego di appositi digestori per la produzione di biogas ma in molte situazioni come l’Olanda e la nostra pianura Padana il problema è lungi dall’essere risolto. Nonostante ciò la Commissione Europea, per ridurre la dipendenza dai fertilizzanti importati, ha recentemente introdotto un emendamento alla Direttiva Nitrati ( vedi in: Notizie giornaliere 09 / 02 / 2026 ), per consentire l’impiego di fertilizzanti RENURE ( azoto recuperato da reflui zootecnici e digestati ) anche oltre il limite dei 170 Kg minacciando così, come denunciato dall’Ufficio Europeo dell’Ambiente, la qualità dell’acqua potabile e la salute pubblica (RENURE: La scienza ignorata mentre l’UE indebolisce le regole sul nitrato ).

Se si voleva migliorare, come dichiarato, l’autonomia strategica dell’agricoltura europea sarebbe forse stato più lungimirante incentivare, all’interno del limite dei 170Kg, l’uso degli urinofertilizzanti. Tanto più che in Europa vi sono già delle esperienze che provano nuove vie nello smaltimento delle deiezioni umane, come i gabinetti asciutti per cui si sono sviluppati diversi tipi di applicazioni. Tra queste particolarmente interessante per l’agricoltura biologica è quella che prevede la separazione e il riciclo delle urine, che sono la parte più ricca di azoto.

L’urina umana, opportunamente trattata, è un ottimo fertilizzante naturale, ricco di azoto, fosforo e potassio. Essa contiene anche, a concentrazioni più basse, minerali utili per la produzione vegetale come ferro, calcio, magnesio, boro, zolfo, rame, zinco.

Il servizio pubblicato qui di seguito, apparso recentemente su Reporterre (vedi: « Des toilettes aux champs » : cette usine transforme l’urine en engrais ), ci parla di un’esperienza di riciclo di questo genere tra quelle in corso in Francia.


Reporterre 
è un media indipendente che si occupa di ecologia in tutte le sue forme. Il periodico è gestito da una associazione senza fini di lucro finanziata dai lettori. La linea editoriale di Reporterre è quella di considerare che la questione ecologica è la sfida politica essenziale dell’inizio del XX secolo.


“Dal gabinetto ai campi”: questa fabbrica trasforma l’urina in fertilizzante


David RichardLorène Lavocat
26 dicembre 2025

A Valence, un’associazione ha appena aperto una delle prime unità per la produzione di urinofertilizzanti. L’obiettivo: trasformare la pipì di un centinaio di persone in fertilizzante per i campi.

Qualche rivista, un rotolo di carta igienica, una parete tappezzata di poster… A prima vista, il gabinetto di Olivier Coupiac non ha niente di strano. Solo a prima vista. Perché invece dello sciacquone, il water è dotato di un nastro trasportatore per separare l’urina — che scorre direttamente in un tubo — dagli escrementi.

Questi ultimi terminano il loro percorso in una scatola ermetica e ventilata, prima di essere compostati in fondo al giardino. Il liquido, invece, cade tre piani più in basso, in una vasca. Perché l’obiettivo, in questa realtà di edilizia partecipativa chiamata La Mélo, non è solo risparmiare acqua [ Il progetto La Mélo è una residenza partecipativa nel centro di Valence gestita da un collettivo di abitanti ( vedi: Valence – La MELO – Chez Moi Demain ) ].

“Raccogliamo i nostri escrementi per riciclarli,” sorride il felice proprietario del “trono ecologico”.

Cosa fare con i 1.000 litri di liquido ammoniacale prodotti ogni mese dai dieci appartamenti dell’edificio di Valence? La risposta a questa domanda pressante si trova a circa dieci chilometri di distanza, nell’impianto di trattamento delle acque reflue di Portes-lès-Valence. È qui che Emy Cretegny ha aperto una piccola fabbrica di urinofertilizzanti, chiamata Factopi. In altre parole: produce fertilizzanti a base di urina.


Lo scandalo ecologico dei gabinetti

All’origine di questa idea feconda, un’assurdità: ” Da un lato, mandiamo i nostri escrementi nelle fognature, con molta acqua, un alto costo energetico e un rischio di inquinamento dei nostri fiumi ” dice Emy, ingegnere che ha lavorato a lungo nel trattamento delle acque. ” Dall’altro, dipendiamo da fertilizzanti sintetici inquinanti per produrre il nostro cibo ”. Emy Cretegny non è l’unica a notare l’aberrazione dell’attuale sistema di servizi igienici. I promotori dei WC asciutti hanno da tempo sottolineato lo scandalo ecologico che rappresentano i nostri gabinetti. E all’estremità opposta della catena, molti agricoltori — soprattutto quelli biologici — faticano a trovare di che nutrire i loro campi.

“Con il calo del numero di animali da allevamento, abbiamo sempre meno accesso a letame e liquame, afferma Olivier Chaloche, co-presidente della Federation National d’Agriculture Biologique (FNAB). E questo nonostante la domanda stia aumentando, soprattutto dopo la guerra in Ucraina, che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi dei fertilizzanti sintetici e ha causato in risposta una corsa verso i fertilizzanti organici. Di conseguenza, da diversi anni ormai, il settore biologico cerca attivamente nuove risorse, anche nei nostri gabinetti.

Tuttavia, è comunque necessario combinare l’offerta con la domanda. Ed è qui che entra in gioco Factopi. “Raccogliamo l’urina in luoghi collettivi, la lavoriamo nella nostra unità e poi consegniamo il fertilizzante ottenuto agli agricoltori interessati, spiega Emy Cretegny. Con la pipì di 100 persone, possiamo concimare 2 ettari all’anno”Non abbastanza da rendere la Francia indipendente in termini di fattori di produzione, ma una piccola goccia salutare in un oceano di agrochimica.

Inaugurata a novembre, la fabbrica va ancora a rilento. Ma all’interno dei locali diverse vasche sono già piene di liquido. “Qui, lasciamo l’urina da uno a sei mesi, così che venga sanificata: eventuali patogeni presenti vengono uccisi dalla reazione chimica che avviene naturalmente”, dice l’ingegner Emy.

Poi, il liquido viene fatto passare attraverso filtri a carbone vegetale, dove percola lentamente. “Questi filtri ospitano batteri capaci di ossidare l’azoto”, continua lei. Questo stabilizza la sostanza e la rende più assimilabile dalle piante. Un ulteriore vantaggio è che questa filtrazione trattiene anche una parte dei residui di farmaci potenzialmente presenti nei nostri escrementi.

E questo è tutto. Sebbene lento, il processo non è né complesso né energivoro. ” Volevamo qualcosa di low-tech e accessibile a tutti, anche se puntavamo a una produzione semi-industriale “, precisa Emy Cretegny.  Secondo il progetto di ricerca Agrocapi, i fertilizzanti ottenuti in questo modo hanno “un’alta efficacia come fertilizzante azotato, simile a quella dei fertilizzanti di sintesi “, con un bilancio ambientale molto migliore.


Non è riconosciuto come biologico

Nonostante tutti i suoi vantaggi, questo sistema “dal gabinetto al campo” sta faticando a svilupparsi. La ragione, prima di tutto, è un ostacolo normativo: gli agricoltori biologici, pur avendone bisogno, non possono usare lisain (il nome dato alle urine che sono diventate fertilizzanti) perché non è nella lista degli input autorizzati in agricoltura biologica. ” Non è detto che sia proibito, ma poiché nulla è specificato sugli escrementi umani, si resta nell’incertezza “ , spiegano alla FNAB. Con il rischio per i produttori che sono troppo audaci di vedersi tolta la preziosa etichetta bio.

Tuttavia, ” secondo i principi dell’agricoltura biologica, che promuovono l’uso deimateriali organici animali, dovrebbe essere lecito farlo “. La Federazione chiede quindi un chiarimento del regolamento a livello europeo e sta facendo pressione sul governo affinché sostenga la pratica. Nel frattempo, l’organizzazione spera di ottenere delle deroghe, caso per caso, per poter sviluppare delle prove in pieno campo con questi urinofertilizzanti.

Un altro ostacolo, secondo Emy Cretegny, è la logistica”. Il progetto Fumainerie a Bordeaux aveva avuto problemi su questo punto. Da qui la scelta di partire da luoghi collettivi — alloggi raggruppati, scuole — per semplificare la raccolta e puntare a soluzioni “ultra-locali “. ” L’idea non è crescere indefinitamente, ma piuttosto che ogni territorio sviluppi il proprio ‘Factopi’, secondo le sue esigenze,” dice.

Ultimo ma non meno importante, il modello economico. Chi dovrebbe pagare per questo sistema ecologico: gli utenti che risparmiano acqua con i loro gabinetti asciutti? “Oggi, tirare lo sciacquone non ci costa quasi nulla” , riflette l’esperta. Gli agricoltori che beneficiano di un fertilizzante biologico di qualità? La sua convenienza non è così evidente, perché il prezzo attuale dei fertilizzanti non è così alto”. I comuni? “Stiamo rendendo un servizio alla comunità evitando di sovraccaricare gli impianti di trattamento,” osserva. ” E c’è una vera utilità pubblica in questi progetti ”.

La fine del sistema di buttar giù tutto nella fogna non sarà quindi raggiunta senza una riflessione globale sul prezzo dell’acqua e sulla sua decontaminazione. Nel frattempo Non è che perché non c’è niente non bisogna fare niente , dice Olivier Coupiac con un sorriso.