Quale futuro per le aziende agricole familiari?
Nel 2020 sono state censite in Italia 1.133.023 aziende agricole il 93,5% delle quali era gestito nella forma individuale o familiare. Tale percentuale potrebbe far pensare che l’agricoltura familiare qui da noi goda ancora di buona salute, anche se il loro numero si è ridotto del 32% rispetto al 2010 per fare spazio alle società di persone (+15%), di capitali (+42,4%), cooperative (+5,1%) o a forme di gestione collettiva della terra (+11,7%). Eppure già considerando il censimento del 2010, Franco Sotte e Andrea Arzeni avevano mostrato in un loro lavoro recentemente ripubblicato ( https://francosotte.wordpress.com/wp-content/uploads/2025/01/agriregionieuropa_digitale.pdf pag. 253 ) che la realtà agricola italiana è assai più complessa.
Riclassificando le aziende censite sulla base della loro Dimensione Economica (DE) espressa in Produzione Standard (una misura delle potenzialità produttive dell’azienda) e suddividendole in 3 categorie: DE minore di 10.000 euro; DE compresa tra 10.000 e 20.000 euro; DE maggiore di 20.000 euro ( l’unica definita come costituita da imprese ), emergeva una situazione assai polarizzata.
A fronte di un 67% di aziende che non raggiungevano la soglia dei 10.000 €/anno di DE (di cui più della metà produceva solo per autoconsumo) e un 11,1% con un DE intermedio ( compreso tra i 10 e i 20 mila euro), emergeva un segmento del 21,9% del totale con un DE superiore ai 20.000 € . Al suo interno spiccava un 19,1% di imprese che impiegavano il 63,6 della SAU totale, il 57,2% delle ore totali lavorate e lo 82,8% dalla produzione standard complessiva.
Già di per se quest’ultimo dato metteva in luce la presenza, al di là delle forme giuridiche, di una importante trasformazione della realtà agricola italiana ben lontana dall’immagine canonica dell’azienda agricola familiare.
Poi qualche tempo fa è uscito il libro di B. Hervieu e F. Purseigle (Bertrand Hervieu et François Purseigle. — Une agriculture sans agriculteurs. La révolution indicible, Paris, Presses de Sciences Po, 2022, pag. 224 ), che mette in primo piano la crisi dell’agricoltura familiare in Francia alla luce del censimento agricolo francese del 2020.
Nonostante le peculiarità del mondo agricolo francese, molti dei fenomeni che analizzano gli autori sono gli stessi in atto anche qui da noi. Temi come l’invecchiamento dei conduttori delle aziende familiari, la scarsità di successori e la difficoltà a inserire altri giovani nel mondo agricolo, la crescita di una proprietà agraria assenteista e lo sviluppo di nuovi soggetti come i diversi tipi di terzisti, l’aumento di numero e importanza delle grandi società di capitali, e più in generale la diffusione delle logiche di esternalizzazione – concentrazione – standardizzazione tipiche dell’industria, sono tutte questioni di grande attualità anche qui da noi. Sono temi che stentano a entrare nel dibattito pubblico anche per l’assenza di criteri di rilevazione statistica adeguati.
Pubblichiamo qui di seguito una sintesi, a cura di Claudia Petrucci , del lavoro di Hervieu e Purseigle. Riteniamo che possa aiutarci a capire meglio quello che sta avvenendo in Italia, come risulta anche da notizie come queste: Agricoltura -10,6% in 10 anni: crollano le aziende piccole .
Bertrand Hervieu: è sociologo e specialista di questioni rurali e agricole. E’ stato direttore di ricerca del CNRS e presidente del INRAE ( l’Istituto nazionale francese di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente)
François Purseigle: è professore di sociologia e direttore del Dipartimento di Scienze economiche, sociali e gestionali dell’INP-ENSAT di Tolosa.
UN’AGRICOLTURA SENZA AGRICOLTORI
La rivoluzione indicibile
sintesi di Claudia Petrucci
L’immagine del mondo agricolo radicata nel senso comune, continuamente riproposta dai media, e utilizzata anche nella rappresentazione dei conflitti e delle tensioni del settore, è quella di un mondo di piccole e medie aziende agricole indipendenti, fondate sul lavoro di coppia e familiare, sulla completa integrazione tra lavoro e vita domestica e sul legame virtuoso col territorio di appartenenza. Ora, constatano Bertrand Hervieu e Francois Purseigle, questo modello si è largamente sgretolato, lasciando il posto a nuove e diversificate forme di organizzazione del lavoro e del capitale agricolo. Il modello della fattoria familiare di tipo coniugale, dominante nella seconda metà del XX secolo e soggetto della modernizzazione agricola, è diventato sempre più fragile. Il cambiamento è spesso doloroso, coincide con un crollo demografico e con la polarizzazione crescente tra piccole aziende al limite della sopravvivenza e grandi gruppi agroindustriali, sullo sfondo di preoccupazioni ambientali sempre più pesanti.
A livello planetario, nonostante l’urbanizzazione che porta oggi quasi metà del mondo a vivere nelle grandi città, il peso della popolazione agricola resta imponente. In Asia e in Africa addirittura è aumentato. Ma nel mondo, e spesso all’interno dello stesso spazio geografico, si approfondisce la forbice tra la grande agricoltura capitalistica e le piccolissime aziende, che sopravvivono ai margini dello sviluppo urbano o in zone fragili e depresse. Nell’Europa dei 27, su circa 14 milioni di aziende agricole, queste fattorie povere e precarie sono ancora 11 milioni, ma il trend, comune a tutti i paesi sviluppati, è il calo del numero delle aziende e l’aumento delle loro dimensioni, con la diminuzione drastica del lavoro impiegato (p. 212).
La Francia sta nel trend. Le aziende agricole diminuiscono di numero e si ridefiniscono. Possono essere contemporaneamente agricole, commerciali, artigianali o industriali. La produzione agricola si frammenta e si ricompone, e attraverso questo doppio movimento va incontro a processi di terziarizzazione e industrializzazione.
Questi cambiamenti vengono ignorati dalla rappresentazione comune. “La rivoluzione” resta, per dirla con gli Autori, letteralmente “indicibile”. Non se ne parla. Ammetterla richiederebbe una revisione troppo profonda di categorie di riferimento consolidate. Ci si priva così della possibilità di affrontarla e governarla, lasciando il settore in balia dei meccanismi perversi della concentrazione agroindustriale. [ Sulle conseguenze anche politiche di questa cecità avevamo già pubblicato nel maggio 2024 una intervista a Bertrand Hervieu: https://storiedelbio.it/2024/05/01/il-dibattito-sulla-questione-agricola-in-francia/ ]
La ricerca di Hervieu e Purseigle è divisa in tre parti, che descrivono i cambiamenti intervenuti a) nella popolazione agricola, b) nella struttura delle aziende e della manodopera, c) nei conflitti di spazio (a cominciare dal rapporto fisico con la terra) e di potere, conflitti che si riflettono sul modo in cui gli agricoltori vedono se stessi e il rapporto con il resto della società.
a) La popolazione agricola
Nel 1967 Henri Mendras aveva già parlato de La fine dei contadini, e nel 1975 Fernand Braudel aveva descritto Il Grande Sconvolgimento della Francia rurale. Il cambiamento in corso sembra ancora più drammatico e definitivo perché l’importanza e il successo del settore produttivo sembrano sganciarsi dalla sopravvivenza delle figure sociali a cui era tradizionalmente affidato.
Gli agricoltori sono lo strato sociale più antico della storia e sono stati maggioritari fino a tempi recenti: all’inizio del XX secolo erano metà della popolazione attiva, e ancora nel 1981, dopo il Grande Sconvolgimento della modernizzazione agricola, erano più del 7% dell’occupazione totale in Francia. Ma nel 2021 agricoltrici e agricoltori ne rappresentavano solo l’1,5%, e tutto sembra spingere verso un ulteriore assottigliamento (p.21).
Benché si continui a celebrarlo, il carattere familiare dell’agricoltura francese è appeso a un filo. Il censimento agricolo del 2020 mostra che il volume di lavoro realizzato dai titolari di azienda rappresenta ancora il 59% del volume di lavoro dell’insieme delle aziende agricole francesi, ma rivela anche che il numero dei collaboratori familiari (esclusi i cogestori) non rappresenta più del 8%. (p. 74). Molte delle imprese definite “familiari” (ufficialmente il 72% del totale delle aziende francesi) in realtà non lo sono. Le vere imprese familiari, in cui collaborano stabilmente i coniugi, almeno un figlio e eventuali altri parenti, non sono più del 30% delle aziende e forniscono circa il 28% della produzione agricola. Quasi la metà delle cosiddette aziende familiari sono composte in realtà da una sola persona, senza salariati fissi. Molte sono composte da due persone, titolare e salariato, non necessariamente parenti, con qualche aiuto occasionale.
Tutte queste aziende sono in diminuzione. Quelle che reggono meglio lo devono al fatto che la famiglia (quasi sempre una coppia che si avvale di aiuti salariati più o meno saltuari) ha anche altre attività. Nell’ottanta per cento delle “coppie agricole”, uno dei coniugi non lavora nell’azienda. Lavora per altri o addirittura ha una fonte di reddito principale fuori dal settore. A volte integra con un piccolo commercio o fornisce ad altre aziende servizi come manutenzione o contabilità. Questo riguarda soprattutto le donne. Ancora nel 1982 il sessanta per cento delle donne lavorava a pieno tempo nell’impresa familiare, ma nel 2021 erano solo il 19%.
La famiglia resta come orizzonte di legami affettivi e sociali, ma non coincide più con i rapporti di lavoro in una stessa unità produttiva. Questo non ha sempre implicazioni negative o di pura necessità: soprattutto per le donne, può significare anche un modo di realizzare le aspirazioni personali attraverso attività autonome, e insieme ricomporre intorno all’universo familiare (ma non direttamente nell’azienda) quegli ambiti, come l’orto, le api, il formaggio, che una volta erano impliciti nella policoltura di una fattoria tradizionale.
La vera e profonda crisi riguarda però il ricambio generazionale. Nel 2021 l’età media degli imprenditori agricoli era di 51 anni, e nel 2026 quasi la metà sarà in pensione (p.23) . Un terzo di loro non ha eredi nell’attività, o per celibato (la difficoltà di trovare un coniuge è una costante storica nelle campagne), o per disaccordo tra i possibili successori, o per una percezione di fragilità, magari nemmeno sempre del tutto giustificata, ma che spinge gli stessi genitori a non incoraggiare i figli in un mestiere dal vissuto precario e pesante (“non voglio che tu faccia questa vita”). Mancando successori naturali non possiamo più dare per scontato che a un’uscita corrisponda un nuovo ingresso (p.52).
La conseguenza di queste difficoltà nel passaggio è che la famiglia, se non vuole vendere l’azienda, tende a mantenere i beni senza però esercitare la professione. La proprietà rimane, ma la produzione agricola viene delegata in modi diversi, come spiega in modo dettagliato la seconda parte della ricerca.
In realtà, il desiderio di agricoltura non è scomparso, ma reinventarlo è difficile . Non è vero che il mestiere non attrae. Nel 2020 il 34% dei beneficiari degli aiuti pubblici per l’avvio di impresa agricola non erano i figli dei precedenti titolari, anche se si può supporre che molti siano nipoti o parenti (p.56). Ma che si tratti di figli di agricoltori o di nuove entrate i problemi sono simili. C’è l’accesso alla terra, innanzi tutto, che non è scontato nemmeno per chi viene da una famiglia contadina. Le famiglie non vendono anche se non coltivano e i prezzi sono alti. Ci sono anche altri problemi. Quando un giovane subentra in una impresa agricola lo fa per un progetto personale o di coppia che può articolarsi in diverse attività, più o meno connesse con le tradizioni produttive della fattoria familiare o anche del tutto nuove. O che coincidono con una fase di vita e possono cambiare nel tempo. Molte di queste imprese non durano a lungo. E a volte i nuovi progetti, anche quelli più solidi e motivati, sono ostacolati dall’ostilità del vecchio contesto, per esempio nel passaggio al Biologico, spesso avversato dal circondario, o nell’avvio di produzioni che non sono quelle tradizionali del luogo. Soprattutto nel caso delle micro aziende, che sono quelle più appetite dai giovani, c’è uno scollamento tra l’offerta di case e poderi sul territorio, la richiesta potenziale e la possibilità concreta di realizzare progetti, molti dei quali richiedono reti di collaborazione produttiva e di distribuzione commerciale diverse da quelle tradizionali e spesso proprio assenti in loco.
Qualche volta ci si riesce. Tra gli esempi positivi si citano i GAEC (Groupement Agricole d’Exploitation en Commune ), cooperative in cui un gruppo di amici o di giovani coppie mette in comune la commercializzazione dei prodotti delle loro diverse imprese (formaggi, panificio, marmellate…) e a volte, in base a professionalità preesistenti nel gruppo, fornisce assistenza e consulenza non necessariamente agricola (informatica, legale..) anche per l’esterno. Sono esperienze diverse dalle strutture classiche delle cooperative e con molti aspetti informali, che per trovare diffusione e continuità richiederebbero percorsi di accompagnamento e regolazioni ancora tutte da inventare .
b) La struttura delle aziende e la manodopera
In mezzo a queste dinamiche, l’attività agricola mainstream vede sempre più spesso figure dirigenziali e di gestione molto lontane dalla tradizionale immagine del capo azienda familiare che si occupa di tutto. Sta emergendo, secondo Hervieu e Purseigle, un’agricoltura senza agricoltori.
Secondo l’ultimo censimento agricolo (2022) il numero delle aziende agricole è un quarto di quel che era nel 1970 . E’ passato da 1.587.600 nel 1970 a 389.800 nel 2020. Tra il 2000 e il 2016 sono spariti la metà degli allevamenti bovini al pascolo.
Questa riduzione non vuol dire omogeneizzazione. Le imprese si sono diversificate in modo spettacolare sia dal punto di vista della superficie, sia da quello della loro taglia economica, della loro architettura giuridica, della loro governance e, ancor più, delle forme di impiego della manodopera.
La superficie media delle aziende agricole francesi tra il 1970 e il 2020 è aumentata di 50 ettari arrivando a 69 ettari nel 2020. Ma per leggere l’evoluzione strutturale delle aziende non basta considerare la superficie agricola. Dal 2020 il Ministero dell’Agricoltura le classifica come Micro, Piccole, Medie o Grandi in base alla PBS (Produzione Lorda Standard), che non è un giro d’affari osservato ma un indicatore del potenziale di produzione media senza le sovvenzioni .
Il numero delle aziende cala, ma non quello delle grandi che tra il 2010 e il 2020 sono aumentate del 4%. Le grandi aziende sono quelle dal PBS superiore a 250 mila euro l’anno. Esse rappresentavano nel 2020 una azienda su cinque, con una superficie media di 136 ettari, coprivano il 40% della superficie agricola francese e il 45% degli occupati in agricoltura. Tra di esse, quelle di superficie superiore a 200 ettari coprivano un quarto della superficie agricola francese (p.68-70).
Dal lato opposto, le micro aziende -quelle che coltivano meno di 12 ettari con un PBS inferiore ai 25mila euro l’anno- hanno visto diminuire il loro numero di circa un terzo tra il 2010 e il 2020: erano, al momento della ricerca, 3 aziende su 10. Anche il numero delle piccole aziende ( PBS compreso tra 25mila e 100mila euro), e persino di quelle di taglia media (PBS compreso tra 100mila e 250mila euro) è quasi altrettanto diminuito (p.69 e 72).
A oggi la situazione è ancora peggiorata. “In tre anni sono scomparse 40mila piccole aziende agricole. In Bretagna e nel nord della Francia, dal 1988 sono scomparsi quasi tre quarti delle aziende agricole.” avverte il movimento civico Terre de Liens. All’ultimo censimento decennale, effettuato nel 2020, la Francia metropolitana contava 390mila aziende agricole. Tre anni dopo, nel 2023, ne rimanevano solo 349mila e seicento.
Va sottolineato che le aziende micro e piccole, le più esposte a questo terremoto, forniscono una quota della produzione agricola nazionale modesta e in continua diminuzione, ma sono le uniche a garantire ancora il presidio dei territori, degli ecosistemi e del paesaggio, soprattutto nelle zone interne o fragili. Sta in questo, più ancora che nella produzione alimentare, il loro vero valore sociale, che andrebbe riconosciuto e sostenuto.
Più cala il numero delle aziende agricole, più differenziate sono le loro forme e maggiore è la disparità interna al settore: ci sono i ricchi e i poverissimi ; gli agricoltori sono la categoria socio professionale con il ventaglio più alto di redditi, da 1 a 50 (p. 98-99).
Sono però anche la categoria con la ricchezza media più alta. Questa relativa ricchezza può creare problemi quando si tratta di trasmettere da una generazione all’altra una azienda familiare e mantenerne nel tempo il valore. Cosa, come abbiamo visto, sempre difficile in tutte le fasce di grandezza, e forse più evidente nelle aziende medie. Di qui il ricorso alle società che offrono servizi di lavoro e assistenza nella gestione, fino alla delega completa.
La figura classica dell’imprenditore di un’azienda familiare era quella di un proprietario terriero, detentore del capitale, che viveva nell’azienda agricola, in unità di tempo, luogo e azione. Oggi questo stesso imprenditore, spesso già in pensione, si avvale di una società di Assistenza alla Gestione del Progetto (AMO – Assistance à Maîtrise d’Ouvrage ), che impiega dipendenti propri e che affiderà la semina ad un’impresa di lavori agricoli (ETA – Entreprise de Travaux Agricoles ), e poi la commercializzazione del raccolto ad un’altra impresa. Anche gli operatori industriali dell’agroalimentare sostengono il trend. Non cercano più solo di integrare nei loro circuiti le aziende agricole, ma ricorrono anche direttamente alle AMO. La scomposizione delle forme organizzative corrisponde a una scomposizione delle responsabilità nei confronti dei lavoratori.
I nuovi imprenditori agricoli non possono o non vogliono fare più tutto da soli e delegano i compiti a fornitori di servizi anche in concorrenza tra loro. Se la delega diventa totale, l’agricoltore si trasforma in manager, che sceglie a chi affidare le attività sulla base di valutazioni di convenienza. Soprattutto nelle aziende di medie dimensioni, questo processo può cambiare radicalmente i meccanismi e le forme degli strumenti di produzione, attraverso strutture giuridiche diversificate. Le aziende, i cui titolari a volte, ma non sempre, hanno legami di parentela tra loro, si associano in società partecipate (SEP – Société en Participation ), integrano, specializzano e concentrano diverse funzioni (magazzino, gestione del personale), esternalizzano servizi e attività. A volte adottano principi cooperativi, a volte creano strutture gerarchiche. “La complessità delle forme degli stati giuridici risponde a competenze frammentate ed estremamente specializzate (…). La ricetta della sopravvivenza è associarsi, integrare e concentrare strutture, delegare funzioni all’esterno”(p.78).
“Questo tipo di società non ha più niente a che vedere con il modello di impresa familiare tradizionale francese. Non mobilita più la famiglia al servizio dell’azienda agricola, ma costruisce una gestione del patrimonio con lo scopo di fornire reddito ai soci familiari” (p.90). Formalmente indipendenti, queste aziende creano holding in cui può entrare anche capitale esterno: può essere anche un industriale dell’agroalimentare o della grande distribuzione che vuole assicurarsi le filiere di rifornimento ma soprattutto disporre di una vetrina d’immagine “radicata nel territorio”(p. 95). Questa vetrina evoca scenari rurali identitari e rassicuranti ,mentre le scelte decisionali e produttive si fanno altrove, nel triplice imperativo di delocalizzare- concentrare-standardizzare (p. 83) proprio della grande impresa sofisticata, che produce per l’esportazione. La stessa geografia delle produzioni agricole cambia: c’è più attenzione alla logistica dei trasporti che alle caratteristiche dei suoli, dei climi, dei luoghi. Già oggi la tecnica agronomica permette di coltivare ortaggi vicino ai centri di consumo, senza dipendere da luoghi e nemmeno da tempi dell’anno specifici, e, di fronte ai 360 formaggi tradizionali francesi simbolo di una vocazione territoriale irriducibile, oggi vediamo edam, mozzarella, emmental fabbricati in Bretagna.
“C’è quindi una parte del settore agricolo che non si può più considerare un antidoto alla dismissione dei territori, o un argine naturale ai processi di delocalizzazione che investono le altre attività economiche.”- sostengono gli Autori – “Senza esserne davvero consapevole, questa agricoltura contribuisce alla frattura tra economia e territorio, e da qui nasce anche buona parte del malessere e della percezione di irrilevanza degli agricoltori francesi” (p. 95-96).
Tra il 2000 e il 2016 la Francia ha perso circa un quarto degli occupati in agricoltura, ma sono raddoppiate le aziende che ricorrono in modo decisivo al lavoro in appalto. Secondo l’ultimo censimento, il 56% delle aziende ha utilizzato servizi forniti da aziende specializzate in lavori agricoli: ETA (Entreprise de Travail Agricole), agenzie interinali, gruppi di imprenditori. Il reclutamento di salariati che dipendono da un soggetto giuridico diverso dall’azienda in cui lavorano è una delle tendenze fondamentali dell’agricoltura francese contemporanea (p.100). Non è un fenomeno del tutto nuovo : le piccole aziende hanno sempre fatto ricorso all’ appalto stagionale di manodopera in casi particolari, come la mietitura. Insieme al mutuo aiuto, organizzato in modo informale o attraverso le cooperative di utilizzazione dei materiali agricoli (CUMA), serviva a svolgere compiti in occasioni per cui le risorse normali dell’azienda non bastavano. Ma ora è diventato un fatto strutturale che riguarda attività di base come semina, lavorazione del suolo, raccolta.
L’agricoltore non può o non vuole più fare tutto. Può delegare completamente una parte della produzione, per esempio si concentra sull’allevamento, ma delega gli ortaggi. O vuole affidarsi a qualcuno che sappia lavorare secondo le norme e i protocolli aggiornati, per esempio in campo ambientale. O preferisce testare nuove possibili attività prima di impegnarcisi in proprio. Oppure ha ereditato la fattoria ma ha un altro lavoro, o deve superare gestioni familiari troppo complesse e delega tutte le decisioni operative tenendo per sé le decisioni strategiche. Le nuove competenze dell’imprenditore agricolo non sono più quelle del “saper fare le cose”, ma quelle del “gestire il saper fare le cose ” e del “sapere come e da chi far fare le cose”(p.112).
Tutto questo accelera il processo di separazione tra i luoghi di produzione e di residenza : il lavoro va dove e quando serve. E contribuisce anche ad aumentare le difficoltà di accesso alla terra da parte dei giovani: il titolare che va in pensione o non può occuparsi dell’azienda preferisce delegare integralmente la gestione della fattoria piuttosto che darla in affitto, perché questo gli permette di continuare a ricevere i contributi PAC. “Dare in affitto una fattoria oggi fa paura….vogliono restare padroni sulla loro terra” (p. 114)
Di conseguenza, il peso economico dell’appalto aumenta, oggi è stimato a quattro miliardi di euro, e si sviluppano molte imprese (ETA) specializzate in lavori particolari, in concorrenza tra loro . La stragrande maggioranza del lavoro esterno è svolta dalle varie forme di ETA, mentre le CUMA (Cooperative di Utilizzazione del Materiale Agricolo) hanno un ruolo minore , e a volte anch’esse sono “integrali” e si occupano dei molti aspetti dell’attività agricola un tempo svolti in proprio dal coltivatore (p.117-118). Le CUMA , riconosciute giuridicamente dal 2016 come “gruppi di imprenditori”, mantengono tuttavia un profilo cooperativo più marcato, coinvolgono direttamente i loro soci e ne permettono migliori condizioni di attività, più che sostituirsi a loro.
La maggior parte dei terzisti si occupa di compiti specifici, o addirittura si specializza nell’offrire particolari tecniche o materiali più performanti, o copre le nuove esigenze nate dalle normative ambientali. Altri invece sviluppano una vasta gamma di servizi, consulenza , valutazione d’impresa, fino alla gestione integrale, tecnica amministrativa e finanziaria, dell’azienda. Sul rapporto tra le diverse fisionomie di ETA e CUMA non ci sono dati precisi. Ma l’ultimo censimento mostra che il 70% delle medie aziende e il 77% delle grandi ricorre a prestazioni esterne, e in misura minore lo fanno anche le piccole (54%) e le micro (28%). Le stesse aziende che impiegano lavoro esterno per le produzioni principali, perfino le piccole e le micro, possono diversificare la loro attività specializzandosi in qualche settore e proporsi a loro volta per svolgere particolari compiti per altre. Il fenomeno riguarda in media il 7% delle aziende, ma è probabilmente più diffuso perché soprattutto le piccole aziende lo fanno in modo informale. I rapporti tra l’azienda agricola e le aziende di prestazione di servizi sono spesso intrecciati, in molteplici forme di delega, titolarità e responsabilità (p. 103).
In questo scenario, si affermano le grandi società, anche transnazionali, di Land Management. Ci sono esempi di società che hanno sedi e operano, oltre che in Francia, in UK o in Belgio e lavorano su estensioni di migliaia di ettari, in parte di proprietà, in parte con rapporti di delega da parte di numerosi proprietari. Ai loro clienti, queste società offrono consigli di gestione globale, condizioni vantaggiose di acquisto degli input produttivi e vendita di prodotti, gestione completa delle pratiche per ricevere i contributi PAC. “gestire terre e pascoli come un vero asset finanziario” recita la pubblicità di una di esse. Si appoggiano su imprese di prestazione d’opera già presenti sui territori, il cui lavoro organizzano per conto del cliente, di cui sono l’unico interlocutore .
Nelle regioni cerealicole o di colture estensive le ETA assicurano direttamente all’industria agroalimentare i rifornimenti senza passare attraverso i contratti con le singole imprese o le cooperative. Questo garantisce approvvigionamenti, qualità omogenea dei prodotti, tracciabilità e volumi produttivi. Nel caso di produzioni particolari, come quelle del Biologico, ciò assicura una regolarità altrimenti difficile. Gli Autori citano il caso di un’impresa che produce in Occitania leguminose e cereali in modo esclusivamente biologico, storicamente legata a un’azienda agricola familiare (p.126). Oggi è una società commerciale autonoma che coltiva circa 2000 ettari, impiega una decina di salariati permanenti di cui sei autisti di macchine agricole e un meccanico, più altra forza lavoro occasionale e l’aiuto eventuale dei piccoli agricoltori partner. Immagazzina in proprio e vende direttamente agli industriali della trasformazione da una posizione contrattuale di forza . L’ esempio è interessante perché riguarda un tipo di coltivazione, quella biologica, che tendiamo invece in genere ad associare alle produzioni di nicchia e alle piccole imprese.
Dagli anni Duemila è diventato sempre più importante il ruolo delle piattaforme informatiche specializzate, spesso create da agricoltori, che mettono in relazione domanda e offerta di servizi e indicano mezzi, prezzi e disponibilità. Permettono all’agricoltore di valutare estensione e qualità dei servizi delegati di cui ha bisogno. Era il ruolo tradizionalmente svolto dalle organizzazioni professionali, ma queste piattaforme cominciano a offrire di più: dati pedologici e meteo per identificare meglio luoghi e tempi degli interventi necessari, cartografie aggiornate, e soprattutto sistemi di pagamento delle prestazioni sicuri e flessibili. Danno modo all’agricoltore di non dipendere dalle disponibilità di una sola impresa di servizi, ma di poter scegliere, e cambiano molti rapporti di forza .
Le grandi aziende agricole sono cresciute a un ritmo che solo fino a venti anni fa era impensabile. Nel 2010 erano solo il 10%, ma rappresentavano già il 30% del PBS nazionale. Il loro sviluppo ha caratteristiche precise. 1) Sono costituite da un sistema intrecciato di strutture giuridiche che comprende entità produttive e molti ambiti decisionali con finalità proprie. 2) Comportano un livello molto alto di investimenti finanziari e tecnologici, legato a un utilizzo di risorse materiali e immateriali di origine non agricola. 3) Il ricorso a capitali esterni, al lavoro salariato e alla delega le rende molto lontane dal modello di impresa agricola legata a una famiglia. 4) Sviluppano logiche finanziarie e di gestione del patrimonio che implicano l’ingresso di nuovi attori ,come società di investimento o grandi gruppi imprenditoriali. 5) La loro attività è sempre più multilocalizzata, e il legame con il territorio è spesso molto debole.
Non sono solo “aziende più grandi”, ma strutture di un tipo diverso, che andrebbe meglio studiato. E non si conosce il loro impatto sulle possibilità di realizzare gli obiettivi multifunzionali e sostenibili oggi assegnati all’agricoltura, a cui si comincia a chiedere non solo produzione di cibo ma tenuta sociale e ambientale del territorio. Nel dibattito politico e scientifico corrente si ritiene che il perseguimento efficace di questi obiettivi dipenda dalla sopravvivenza dell’azienda agricola familiare tradizionale, o ci si concentra sui dispositivi di politica pubblica che dovrebbero spingere verso una agricoltura efficace dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Ma non si affrontano le dinamiche che hanno permesso alle grandi imprese di dominare il settore agricolo con questa potenza, e il modello di riferimento, anche nella ricerca, resta un’azienda familiare che in realtà conta sempre meno (p.132).
L’imprenditore agricolo vede cambiare il suo ruolo, e quindi anche l’immagine di sé. Soprattutto nelle grandi aziende integrate, studiate dal sociologo Loic Mazenc, su cui pesano l’importanza della gestione e le esigenze di espansione, di concentrazione, di nuove alleanze e nuove forme contrattuali, il capo dell’azienda deve concentrare la sua attività nel definire strategia, forme di rappresentanza, negoziazione, in particolare nei confronti degli industriali e dei rappresentanti della distribuzione. E’ costretto a rinunciare, almeno parzialmente, alla cura quotidiana dell’azienda (p.134).
Sulle figure più tecniche dei “capi coltivazione“ si regge invece il passaggio da una logica di produzione orientata dall’offerta a una logica di produzione stabilita dalla domanda, e a una logica di risultato. Loic Mazenc ha identificato due tipi di capo coltivazione, uno che sa tenere insieme il lavoro degli uomini e il controllo delle coltivazioni a partire dall’esperienza e dalla sua socializzazione professionale, e uno che invece fonda la sua legittimità sui diplomi, l’aggiornamento, le tecniche, la conoscenza delle malattie delle piante. Entrambi sono destabilizzati dalla prevalenza gestionale dell’impresa imposta dagli attori a valle della produzione, che introducono strumenti e procedure di controllo e certificazione della manodopera e dei processi. La professione viene così ridefinita dall’esterno e ridotta a un insieme di procedure a volte assillanti, o comunque sempre vissute come tali. “Se la grande proprietà ha permesso lo sviluppo e l’importanza dei capi coltivazione, il nuovo capitalismo agricolo, che pure li pone al centro dell’impresa integrata, di fatto li destabilizza nell’esercizio del loro mestiere“ (p.135).
Questi processi, che trasformano le aziende familiari in grandi imprese agricole o agroindustriali integrate, ribaltano le forme di razionalità caratteristiche delle aziende più piccole, in cui coincidono il capitale fondiario, il capitale di funzionamento e l’esercizio familiare del mestiere. Destabilizzano anche i partner tradizionali degli agricoltori, cioè le associazioni professionali, le banche, le ditte di forniture agricole. La stessa possibilità di coesistenza tra grandi imprese e aziende familiari è messa in crisi . Le grandi imprese intercettano le nuove domande e i nuovi vincoli delle filiere agricole riuscendo addirittura a occupare anche alcuni segmenti di nicchia (p.138). Abbiamo già visto l’esempio delle coltivazioni biologiche.
Le imprese agricole conoscono oggi due tipi di pressione. Da un lato le leggi sul lavoro, il reclutamento e la remunerazione, dall’altro i nuovi imperativi imposti dalla crisi ambientale: tracciabilità, sicurezza e trasparenza. La necessità di una transizione agroecologica modifica la domanda e orienta politiche pubbliche e normative sempre più stringenti su qualità dei prodotti e impatto ambientale. A questa pressione si aggiungono le richieste dei settori a valle, come l’industria di trasformazione e la grande distribuzione. I consumatori sono sempre più attenti non solo ai prodotti che acquistano, ma anche al modo in cui vengono prodotti. Per rispondere a questa nuova domanda nascono etichette e denominazioni rassicuranti sulla provenienza (“made in France”, “produzione locale”, “dai nostri campi”…), sulla qualità (“senza residui di pesticidi”) o sull’impegno etico (“rispetto dell’ambiente e dei produttori”, “commercio equo”).
Le imprese si dotano allora di nuovi strumenti di accertamento che permettono di identificare, valutare e selezionare i produttori che meglio rispondono a questi requisiti, e con cui è possibile negoziare i contratti. A volte la foto del produttore partner sta sulle etichette come un messaggio concreto e rassicurante. “Ma spesso la figura familiare del contadino con la sua fattoria maschera il dirigente di una grande impresa di produzione agricola” (p.140).
c) I conflitti di spazio e di potere
I nuovi modi di occupazione degli spazi rurali e i nuovi conflitti di potere si riflettono sul modo in cui gli agricoltori sono visti dall’opinione pubblica e vedono se stessi .
L’immagine della terra madre, dell’ordine immutabile dei campi e del lavoro contadino rispettoso dei ritmi naturali rimane nel nostro repertorio profondo, ravvivato dalla presa di coscienza ecologica, e viene periodicamente riproposta dalle strategie comunicative della categoria. Ma accanto a questa emerge la nuova immagine distopica dell’agricoltura inquinante, quella dei pesticidi, dei concimi velenosi e degli allevamenti crudeli. Le due collidono nella stessa rappresentazione che gli agricoltori hanno di sé e nella difficoltà di definirsi di volta in volta contadini custodi del territorio, professionisti dell’agricoltura e imprenditori sul piano politico.
In questa rappresentazione contraddittoria, e nella grande diversità delle effettive situazioni socioeconomiche, permane il vecchio mito dell’unità contadina, che fu un fondamento storico nella tradizione francese e che risale addirittura a quando i braccianti e gli artigiani dell’Ancien Régime ebbero accesso alla terra e divennero piccoli proprietari indipendenti. Nel corso del XIX secolo la concentrazione del lavoro operaio nelle città e le migrazioni interne trasformarono le campagne francesi, con le loro varie attività produttive, in una Francia esclusivamente contadina, sede di una cultura antropologica riconoscibile e coerente nei suoi aspetti politici, ideologici e demografici. Era una Francia di fattorie in cui si produceva un po’ di tutto, di villaggi e di famiglie gelose della propria autonomia, ma in cui i cui capifamiglia assicuravano, attraverso i consigli municipali, la gestione ordinata delle parti comuni. Il senso di comunità non era in contraddizione con l’individualismo contadino, anzi, diventare proprietario indipendente era il segno dell’appartenenza alla comunità. Con la nascita nel 1870 della Terza Repubblica, e fino alla Prima Guerra Mondiale, si costruisce la figura del contadino come “cittadino responsabile e meritevole”, e all’occorrenza patriota e soldato, in cui si identificavano il rispetto per la Terra Madre e l’amore per la Patria. Questa immagine alimentava la rappresentazione complessiva del mondo contadino come “un mondo a parte, in cui le oggettive differenze socio economiche e di classe sbiadivano davanti al sentimento condiviso di far parte di una comunità di destino” (p.148).
In forme diverse, anche la Grande Modernizzazione del XX secolo, che trasforma la Francia nella seconda potenza esportatrice al mondo di prodotti agricoli e agroalimentari, non incrina questa rappresentazione unitaria. Tra il 1955 e il 1960, nelle parole d’ordine del Centre National de Jeunes Agriculteurs, importante movimento di ispirazione cattolica, la terra non viene più considerata un patrimonio quanto piuttosto uno strumento di lavoro, e la nuova figura dell’ imprenditore agricolo innovatore e produttivo soppianta quella del contadino tradizionale. Le leggi Debré e Pisani del 1960 e 1962 inaugurano la nuova alleanza tra l’attività agricola (ormai definita un “mestiere” e non più una “condizione sociale”) e la scienza agronomica allora in pieno sviluppo. Ma le organizzazioni agricole, impegnate nella cogestione con lo stato delle nuove politiche pubbliche, rappresentano sempre le campagne come un mondo senza differenze interne. “Le molteplici organizzazioni sindacali, tecniche, cooperative, bancarie, mutualistiche, che tessono legami di interdipendenza e solidarietà tra gli agricoltori contribuiscono a mantenere questa immagine fittizia di unità “(p.150).
La finzione crolla con la fine del XX secolo. Anche se i meccanismi europei della PAC riescono a ammortizzarne gli effetti sociali, la modernizzazione e l’ingresso dell’agricoltura nella logica del mercato mondiale aumentano le differenze interne al mondo agricolo, e queste diventano sempre più evidenti. La pluralità delle sigle sindacali che nascono a partire dagli anni 70, un fatto mai visto prima, testimonia che l’idea di una professione unitaria e di un “destino comune” nel mondo agricolo non regge più.
Si torna a parlare di “identità contadina”, ma stavolta lo si fa per contestare la deriva di una modernizzazione asservita alle logiche del mercato. La cultura contadina viene riproposta e reinventata come antidoto a una concezione “estrattiva” dell’agricoltura, che non si cura del patrimonio agronomico, pedologico, idrologico del territorio e che, sotto gli imperativi della produttività, destina all’abbandono anche zone tradizionalmente presidiate e coltivate. (p.152)
Nel frattempo sugli spazi rurali si è posato uno sguardo sociale diverso, perché è diventato sempre più chiaro che il successo della produzione agricola può coincidere con un danno permanente del territorio e del paesaggio, e che il lavoro o la proprietà della terra non danno il diritto di sconvolgerne gli spazi e gli ambienti. Nell’opinione pubblica lo spazio rurale viene percepito sempre più non solo come una fonte di prodotti indispensabili, ma come un patrimonio comune di cultura, paesaggio e identità al pari delle grandi montagne, dei centri storici e delle cattedrali. Gli undici parchi nazionali coprono cinque milioni di ettari, e ricevono ogni anno dieci milioni di visitatori. I 56 parchi naturali regionali rappresentano il 15% della Francia continentale. Il Conservatoire des litorals e i siti Natura 2000 sono realtà giuridiche importanti .
Intorno all’uso degli spazi rurali si configura un nuovo conflitto di valori: la funzione produttiva è chiamata a convivere con quella residenziale, ricreativa e di valore spirituale.
Gli spazi rurali non sono omogenei. Si va dal tessuto dei villaggi periurbani, in cui convivono piccoli agricoltori tradizionali, in genere anziani, e giovani famiglie che gravitano sulla città ma cercano un ambiente più sano e rilassato per vivere, alle distese monotone della produzione agraria industriale, alla cosiddetta “diagonale avara“ delle aree interne “che va dai piani della Mosa fino ai Pirenei, attraverso il Morvan e il Massiccio Centrale”. Qui gli anziani sono un terzo e la popolazione agricola un quinto del totale. E’ il vero “rurale isolato”, quello che lotta contro l’abbandono (p.158).
Negli spazi rurali più accessibili la nuova demografia più vivace, accentuata dalla crisi del Covid che ha invertito l’esodo e spinto i trasferimenti e i ritorni dalle città alla campagna, ha fatto diminuire il peso relativo degli agricoltori. Questi non possono più contare su una rappresentanza politica maggioritaria e indiscussa nelle amministrazioni locali, e devono confrontarsi con i nuovi abitanti e i nuovi conflitti d’uso del territorio. La caccia, l’uso dell’acqua, la concessione di impianti eolici e fotovoltaici sono i nuovi terreni di contesa. In questi spazi rurali, in cui sono arrivati o ritornati, i nuovi abitanti non cercano la wilderness delle riserve naturali, sanno e apprezzano il valore dei paesaggi coltivati e costruiti dal lavoro umano. Ma il loro appoggio alle attività agricole non è assoluto e dipende dal ruolo dei servizi che esse garantiscono al sistema generale: non solo produzione vegetale e animale ma cura del patrimonio culturale e dell’ambiente.
Su questa missione di servizio pubblico il controllo sociale è sempre più attento, e può scontrarsi con gli obiettivi di redditività perseguiti dagli agricoltori.
L’attenzione sociale riflette gli allarmi delle crisi sanitarie che si sono susseguite negli anni, prodotte dalla pressione produttiva e dalla artificializzazione dei processi agricoli: listeriosi, inquinamento da diossina, malattia aviaria, mucca pazza. La questione dei costi ambientali dell’attività agricola si traduce nel dibattito sull’uso di concimi e pesticidi, le condizioni degli allevamenti intensivi, la tutela della biodiversità minacciata e il contrasto del degrado dei suoli, sullo sfondo della crisi dei rendimenti.
La reazione degli agricoltori non è ovviamente univoca, e riflette le loro diverse collocazioni sociali e convinzioni. Alcuni rifiutano formalmente l’idea che tocchi a loro occuparsi del valore non direttamente produttivo dello spazio rurale, o negano i problemi. Altri invece sarebbero ben disposti a valorizzare il loro ruolo di gestori complessivi del territorio, a ridefinire il loro rapporto con la natura e a cercare soluzioni alternative. Questa disponibilità ad accettare i vincoli della responsabilità sociale è tanto più importante perché deve fare i conti non solo con la redditività economica, ma anche con l’ indipendenza che fa parte dell’identità del mestiere e non accetta volentieri divieti e regolamenti. Andrebbe quindi meglio riconosciuta e incoraggiata.
Le iniziative di riconversione nel campo dell’agroecologia e delle filiere corte non mancano, suscitano interesse sociale e anche economico, possono svilupparsi. Ma non sempre vengono conosciute e fatte conoscere in modo adeguato.
Continuare a insistere sulle rappresentazioni unitarie del mondo agricolo non è una buona strategia anche perché non permette a queste realtà di emergere come dovrebbero e di trovare nuove alleanze, in un momento in cui la figura dell’agricoltore rischia di essere investita nel suo complesso da una crisi di fiducia.
Il senso di tradimento reciproco tra il mondo agricolo e la società più generale nasce anche dal fatto che gli agricoltori avevano realizzato il compito sociale assegnato loro negli anni 60: fare della Francia una grande potenza agricola. Il paradosso è che quel successo si è tradotto in condizioni più difficili e in maggiore dipendenza dagli aiuti pubblici. Di qui risentimento e percezione di essere incompresi, vittime di un patto sociale che è cambiato senza coinvolgerli.
Gli agricoltori francesi non sono deboli. Il loro tasso di rappresentanza politica complessiva è stimato tra il 2% e il 6% (p.170), ma il peso delle organizzazioni professionali agricole è molto più forte [vedi anche l’intervista a Bertrand Hervieu già ricordata]. L’abbiamo visto soprattutto nell’opposizione a molte strategie ambientali dell’Unione Europea. Il problema è che il sistema delle organizzazioni professionali continua a fondare il suo potere agendo in nome di una categoria indistinta, e finisce col sostenere gli interessi del blocco agroindustriale. Continuando a celebrare un’impresa familiare che non c’è più, “il mondo politico distoglie lo sguardo e non si fa domande di fronte alle macchine impressionanti e ai giganteschi trattori che con le loro stesse dimensioni testimoniano una realtà diversa”(p.204).
Il processo di “astrazione del lavoro agricolo”, fatto di società intersecate, di appalti, di frantumazione di responsabilità sociali e ambientali, è sconvolgente. Non copre tuttavia l’intero quadro. Uno sguardo più attento della ricerca e della politica potrebbe illuminare le realtà diverse già ora esistenti e i possibili scenari alternativi. “Si sviluppano micro fattorie o piuttosto micro imprese in cui gruppi o coppie condividono il progetto, i capitali, il lavoro, talvolta il luogo di vita, per una fase o in modo permanente”(p.211). Si sperimentano nuovi modi di interagire e nuove alleanze tra i produttori e i consumatori, nuove forme per condividere responsabilità sociali e ambientali.
“ Si è aperto un nuovo capitolo dell’agricoltura”- concludono gli Autori- “Ma bisogna cominciare a dare ai produttori agricoli un nome che definisca le loro diversità, e le loro capacità plurali di prendere parte a questa storia”.