NUOVE ESPERIENZE DI COOPERAZIONE AGRICOLA IN FRANCIA

Aprile 21, 2026 4 Di Giuseppe Canale

La forma cooperativa ha avuto una grande importanza nella nascita del biologico in Italia. I giovani che intorno alla fine degli anni settanta del secolo scorso tornarono alla terra ( o decisero di restarci ) e si impegnarono per trovare un’alternativa all’agricoltura e all’allevamento convenzionali erano portatori di una cultura egualitaria che veniva loro dai movimenti sociali, studenteschi e operai degli anni settanta. Sia che fossero di estrazione urbana o rurale questo imprinting li portava a sviluppare spontaneamente forme collettive e solidali di espressione del loro impegno che li conduceva molto spesso a scegliere il modello cooperativo. Per molti di loro le cooperative agricole erano un’alternativa al lavoro sotto padrone e offrivano la possibilità di un nuovo tipo di relazioni umane e lavorative.

Già nel 1977 per iniziativa di Gino Girolomoni nasce a Isola del Piano nelle Marche la cooperativa Alce Nero con l’intenzione di ricreare quella civiltà contadina che era stata spazzata via dal “miracolo economico”. (Massimo Orlandi, La terra è la mia preghiera, emi 2014)

Dal canto suo Maurizio Gritta così descrive la nascita della cooperativa IRIS Bio: “E’ nel 1978 che il gruppo si solidifica e decide di partire. Dal notaio andiamo nel 1984…Venivamo tutti da quella congerie culturale degli anni Settanta, figli di quel contesto rurale influenzato dai fermenti urbani di Milano.” (Maurizio Gritta 2011, in “Contadini per scelta. Esperienze e racconti di nuova agricoltura”, Jaca book 2013, pagg. 241-242)

Sempre nelle Marche nasce nel 1980 anche la cooperativa La terra e il Cielo: La spinta alla creazione di qualcosa di collettivo è nata da noi, gruppo di giovani che ruotavamo intorno al negozio “Erb e Sument” di Senigallia. Da li si è concretizzata l’idea de La Terra e il Cielo” (Bruno Sebastianelli: https://storiedelbio.it/2021/08/13/ritorno-alla-terra-e-riscatto-contadino/ )

Racconta Ottavio Rube, uno dei fondatori della cooperativa Valli Unite, formalizzata nel 1981: “La spinta che avevamo sentito era qualcosa di nuovo. Era l’idea che mettendoci insieme avremmo potuto convincere gli altri, il paese, a far quelle cose che sembravano impossibili…Ci erano arrivati dei messaggi che non saprei definire…in qualche modo anche noi siamo figli del Sessantotto. Non dico della mia decisione di restare in paese a fare il contadino, ma tentare di riaprire la stalla e poi scegliere la cooperativa e tutto i resto, quello sì” (a cura di Manlio Calegari, La porta aperta: vent’anni di Valli Unite raccontati da Ottavio Rube, pagg.9-10)

Franco Zecchinato a proposito della cooperativa El Tamiso (1984) racconta: Alla Biolca ci si incontrava, c’era molta voglia di fare. Nasce l’idea di ragionare su “cos’è il biologico” e da lì ci siamo ritrovati in una decina di persone … con Roberto Pinton, Giorgio Tombola, figlio di un capo partigiano, io mezzo agricoltore, i due fratelli Borgato di Saonara, volevamo organizzare questa domanda che c’era a Padova. Abbiamo cominciato a vendere i prodotti delle nostre piccole aziende, a dare corpo all’organizzazione e vendita per affermare i valori che ci sembravano fondamentali. ( https://storiedelbio.it/2022/10/24/intervista-a-franco-zecchinato-di-massimo-ceriani/ )

Queste spinte insieme ai problemi per l’occupazione giovanile, che già allora cominciavano a farsi sentire, avevano peraltro portato all’emanazione nel 1977 della legge 285 sui provvedimenti per l’occupazione giovanile. Questa legge ebbe un certo peso sul tema di cui stiamo parlando in quanto tra l’altro facilitava l’accesso dei giovani alla terra mediante la creazione di cooperative per la gestione delle terre incolte. Benchè questa legge non sia stata foriera di grandi risultati permise tuttavia la nascita di cooperative come, ad esempio, Ia Terra e il Cielo nelle Marche, Otto Marzo (nella sua prima versione) in Veneto e La Ginestra in Toscana.

A questo proposito Mimmo Tringale ricorda: ho collaborato alla nascita di una cooperativa, nata sulla base di una legge il cui obiettivo era quello di mettere in produzione le terre incolte [ L. 285/77, ndr]. L‘intento della legge, che non ha avuto alla fine un grande successo, era quello di agevolare la nascita di cooperative giovanili, facilitando, era questa la speranza, l’assegnazione di terreni agricoli rimasti incolti per più di tre anni. Con gli altri soci della cooperativa abbiamo partecipato prima al censimento delle terre incolte promosso dalla regione Toscana e poi individuato una grande azienda agricola alle porte di Firenze abbandonata da molti anni. Le pratiche per l’assegnazione di quel terreno ci hanno assorbito per molto tempo, ma alla fine grazie a vari cavilli, il proprietario riuscì ad avere la meglio e il nostro progetto fallì.( vedi: https://storiedelbio.it/2022/09/29/mimmo-tringale-racconta/ ).

In qualche caso la costituzione in cooperativa intende costituire un momento di crescita ideale di esperienze precedenti, come quello della cooperativa siciliana Arabios, a proposito della quale Paolo Rizzo ricorda: La cooperativa Arabios (Attività Ricerca Agricoltura BIOlogica in Sicilia) nasce nel  dicembre del 1988 prendendo il posto della ditta Arabios aperta qualche anno prima. Era il mio sogno, costituire una struttura collettiva non a scopo di lucro aperta a quanti credevano e condividevano il progetto alternativo economico-sociale di produzione e vendita dei prodotti biologici, a salvaguardia dell’ambiente e del territorio.( vedi: https://storiedelbio.it/2023/07/29/origini-del-biologico-in-sicilia-paolo-rizzo-racconta/ )

Ad ogni modo in quegli anni è tutto un fiorire di cooperative di vario tipo e natura alcune delle quali sono ancora oggi attive come ad esempio le cooperative La Collina in Emilia, Il Frutto Permesso in Piemonte, Agrinova Bio 2000 in Sicilia, solo per citarne alcune.

Vent’anni dopo la costituzione della cooperativa Enrico Boveri, un altro dei fondatori di Valli Unite, dichiarava, a dimostrazione dell’interesse verso un’esperienza cooperativa come la loro, che: “La nostra evoluzione è stata possibile per i rapporti che abbiamo stretto con persone che venivano da altre situazioni sociali, soprattutto giovani, studenti; anche gente di altri paesi” (Manlio Calegari, ibidem, pag.6)

Si è trattato, insomma, di un’onda lunga che è durata alcuni decenni anche grazie a fenomeni sociali successivi di più vasta portata come il movimento no global di fine millennio e in seguito la diffusione dei GAS e del consumo critico.

Ancora nel 2011 Alessandro Poretti, allora giovane neo presidente di Valli Unite, dichiarava a proposito delle ragioni che l’avevano portato a entrare nella cooperativa: “ Per due motivi. Il primo è la delusione nei confronti delle scuole che ho fatto…Anche ad Agraria a Milano è stato un insegnamento sociale, culturale…ma a livello professionale non sono soddisfatto. Poi sono sempre stato contro, nonostante l’educazione cattolica…ho sempre frequentato i centri sociali…sempre contestatore…di estrema sinistra. Il secondo motivo è perché qui ho trovato un posto dove puoi fare politica, puoi mettere in campo la tua idea di crescita professionale, insieme a persone con le quali puoi condividere dei valori e portare all’esterno idee, prodotti e progetti e le tue scelte. Per me Valli Unite è fondamentale perché non solo scelgo di fare una vita sana e di vivere e lavorare senza essere schiacciato dal potere e dai potenti, ma perché posso dimostrare all’esterno il valore e la ricchezza di queste scelte…Le persone che entrano qui o arrivano per un motivo come il mio oppure arrivano perché sono stanchi della loro vita e vogliono cambiare.” (Contadini per scelta pag.97-98)


Tuttavia da allora l’idea di far parte di un progetto collettivo, di entrare a far parte di una cooperativa con anche le responsabilità che questa scelta comporta sembra essere diventata sempre meno attraente per le giovani generazioni. Anche le cooperative storiche del biologico sembrano faticare a trovare nuove leve per proseguire nel loro cammino.


Dalla Francia invece giungono dei segnali che sembrano indicare un certo interesse dei giovani per nuove forme di cooperazione in agricoltura. Già nel blog del mese scorso ( https://storiedelbio.it/2026/03/24/quale-futuro-per-le-aziende-agricole-familiari/ ) avevamo segnalato che due studiosi importanti come Hervieu e Purseigle sostengano che l’interesse dei giovani per l’agricoltura non manca ma per trasformarsi in effettivo inserimento richiede reti di collaborazione produttiva e di distribuzione commerciale diverse da quelle tradizionali. Tra gli esempi positivi essi citano i GAEC ( Groupement Agricole d’Exploitation en Commune ), cooperative in cui un gruppo di amici o di giovani coppie mette in comune la commercializzazione dei prodotti delle loro diverse imprese (formaggi, panificio, marmellate…) e a volte, in base a professionalità preesistenti nel gruppo, fornisce assistenza e consulenza non necessariamente agricola (informatica, legale..) anche per l’esterno. Sono esperienze diverse dalle strutture classiche delle cooperative e con molti aspetti informali, che per trovare diffusione e continuità richiederebbero percorsi di accompagnamento e regolazioni ancora tutte da inventare.

Qui vi proponiamo la lettura di due testi più recenti tratti dalla rivista online Reporterre. Il primo è un recentissimo servizio su una fattoria collettiva del dipartimento della Drôme (regione Alvernia-Rodano-Alpi) organizzata come CAE (cooperativa di attività e occupazione). Ufficialmente riconosciute da una legge del 2014, le 160 CAE che ci sono attualmente in Francia impiegano circa 12.000 persone in varie professioni.

Queste aziende permettono ai leader di progetto “di sviluppare la [loro] attività godendo della protezione sociale – pensione, disoccupazione”, secondo la federazione CAE. un modello unico, che “crea comunanza attorno al lavoro, contro la corrente dell’ideologia individualista dominante”, dice Julie. – Tratto da: Réinventer le travail salarié, une utopie concrète.

Il secondo è un’intervista di qualche anno fa a Maëla Naël che contiene alcune informazioni di carattere più generale sull’argomento.

Maëla Naël ha scritto una guida alle fattorie collettive. Dopo quattro anni di supporto a insediamentiagricolinella regione dell’Île-de-France come parte della rete Abiosol, è andata a incontrare gruppi di agricoltori in tutta la Francia. Da allora si è stabilita a Morbihan, insieme ad altri. Vive in una fattoria di 80 ettari che produce formaggi di mucca e di pecora, verdure e pane.


Fattorie collettive, delle “preziose brecce” nel modello agroindustriale

Servizioda Beaumont-lès-Valence ( Dipartimento della Drôme) Lorène Lavocat – 21 febbraio 2026:

Les fermes collectives, de « précieuses brèches » dans le modèle agro-industriel


Sempre più agricoltori stanno avviando la propria attività in gruppo. Accesso più facile alla terra, pratiche ecologiche, condizioni di lavoro migliori… Le fattorie collettive delineano una via d’uscita dal sistema produttivista.

Nella conca di una piccola valle si estende un mosaico straordinario e vivificante. I frutteti — pesche, mele, prugne — si succedono alle serre dell’ orticoltura. Sotto il capannone tappezzato di pannelli solari, degli alveari aspettano la bella stagione non lontano dal forno del pane, mentre delle pecore pascolano vicino a uno stagno. Alla Fattoria Les Volonteux [ I Volonterosi] si pratica l’agricoltura collettiva nella diversità… e nell’occupazione.

Qui, tiriamo fuori diciassette SMIC (salario minimo ) su 30 ettari” , sorride David, uno degli agricoltori. Tutto biologico, in filiera corta e in forma cooperativa [1]. In piena crisi agricola, il successo di questo progetto del Drôme è un esempio che contraddice l’industrializzazione del settore. “Queste fattorie collettive e contadine aprono preziose brecce nel modello agroindustriale”, conferma Lola Keraron,  ingegnere agricolo disertore [ in Francia gli Agronomi hanno una formazione più ingegneristica che in Italia ] che ha coordinato l’opera collettanea Terres partagée [Terre condivise]  (pubblicato da Le Voyageur clandestin e Silence).

Secondo Maëla Naël, agricoltrice e autrice di una guida sull’argomento ci sono “circa cento fattorie collettive” in Francia. In altre parole, aziende agricole di medie dimensioni diversificate con almeno tre membri che non provengono dalla stessa famiglia. Gruppo agricolo di gestione in comune (GAEC), cooperativa, associazione… Una goccia d’acqua nell’oceano della monocoltura e della concentrazione fondiaria agricola. Ma un sistema che “genera soluzioni”, secondo David, arrivato a Les Volonteux una decina di anni fa.


Un mosaico di attività

Innanzitutto, la scelta del collettivo “facilita l’accesso alla terra”, afferma Coline Sovran di Terre de Liens . Le aziende agricole stanno effettivamente diventando sempre più grandi — 69 ettari in media, secondo l’associazione — e sempre più costose: nel 2020 un ettaro si comprava per circa 6.080 euro. “Quando non sei figlio di agricoltori, quando non hai terra o soldi da parte, è difficile, se non impossibile, mettersi in piedi da soli,” dice Alexandre, uno degli orticoltori di Les Volonteux, mentre pianta semi di pomodoro.

Sebbene il terreno della fattoria della Drôme appartenga al fondatore del progetto, Rémy Léger, e alla sua famiglia, il gruppo ha enormemente investito per sviluppare le proprie attività: capannone-magazzino, cella frigorifera, mulino, negozio di alimentari, serre… Cioè quasi 900.000 euro, poco a poco rimborsati [perché sostenuti a debito] dai coperatori. Una quantità significativa, ma “quando una nuova persona si trasferisce qui, ha già tutto: gli strumenti, i canali di marketing, l’aiuto reciproco”, dice David.

Oltre ai costi, “spesso c’è un problema di corrispondenza tra le esigenze degli acquirenti e le fattorie in vendita“, osserva Gabriel Taquet, dell’associazione Alterfixe. In altre parole, un aspirante orticoltore non si avventurerà a prendere la gestione di una fattoria specializzata in cerealicoltura o lattiero-casearia. “Quando un collettivo prende in gestione una fattoria specializzata, può riportare diversità, sviluppando diverse forme di attività— orticoltura, allevamento, cereali”, spiega Lola Keraron.

La diversità è una garanzia di resilienza, in mezzo al caos climatico ed economico. “È importante non mettere tutte le uova nello stesso paniere,” insiste David. E questo è possibile solo se siamo in molti. In Les Volonteux, dove “i benefici e i rischi sono mutualizzati“, la panetteria che guadagna bene viene così a salvare l’arboricoltura che fatica a far fronte ai rischi meteorologici. I guadagni del negozio contadino sostengono anche il vivaio, ancora in fase di sviluppo.

Un altro vantaggio, e non meno importante, è che l’agricoltura collettiva rende possibili le pratiche ecologiche. “L’agricoltura biologica richiede più lavoro, più manodopera, è meglio essere numerosi,” ha spiegato Maëla Naël su ReporterrePossiamo anche pensare alle complementarietà, tutti i “rifiuti” possono essere recuperati sul posto: letame per le verdure, la crusca del grano per gli animali… »

Grazie a questo patchwork produttivo, le aziende collettive partecipano all’autonomia alimentare del loro territorio. Siccome producono un’ampia gamma di prodotti diversi, possono soddisfare meglio le esigenze locali“, afferma Coline Sovran, di Terre de liens. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione, di cui è autrice, il 70% delle aziende agricole francesi produce per l’agroindustria, non per l’alimentazione locale.

Costruito nel cuore della fattoria, il negozio dei Volonterosi vende i prodotti di circa cinquanta agricoltori della zona circostante — oltre al pane, ai legumi e alla frutta raccolti sul posto. Di conseguenza, secondo Stéphane, uno degli orticoltori, “ogni mese sfamiamo circa un migliaio di persone”. La cooperativa offre anche piantine di ortaggi per altri agricoltori e farina per i fornai del luogo. “La chiave per uscire dal modello agroindustriale orientato all’export è ricreare delle filiere a livello territoriale“, osserva il dipendente di Terre de liens. “Le fattorie collettive possono avere un ruolo in questo cambiamento.”


Vacanze, malattia…

L’ultimo vantaggio, evidenziato da tutti i nostri interlocutori, è che il collettivo permette condizioni di lavoro migliori. “Come gruppo, possiamo alternarci e avere accesso a cose essenziali per il benessere, come congedi per malattia e ferie”, afferma Mélanie Gaillard, che sostiene i collettivi con la sua organizzazione, Les Terr’eux. Nelle fattorie, dove l’impegno a mungere o nutrire è quotidiano, questo aiuto è fondamentale.

In Les Volonteux, la scelta della cooperativa ha permesso a tutti gli agricoltori di godere della protezione salariale — pensionamento, disoccupazione, ecc. “Abbiamo i nostri weekend, le nostre vacanze, e possiamo dirci che non faremo questo per il resto della nostra vita,” dice David. Tutto questo ci permette anche di variare le nostre attività, di avere una professione ultra-diversificata. Lui prende parte alla coltivazione di alberi da frutto e al vivaio. Una polivalenza che è potenzialmente “favorevole alla realizzazione”, secondo Mélanie Gaillard, perché “ti permette di aprirti ad altri saper fare“.

La conclusione, secondo la formatrice, che lavora anche lei in un collettivo in Bretagna, è che “le fattorie collettive offrono condizioni desiderabili per il lavoro contadino, essenziale per creare il ricambio generazionale.“, 5 milioni di ettari cambieranno proprietario entro il 2030, afferma Lola Keraron. C’è quindi un urgente bisogno di ridare valore alle professioni della terra e di renderle di nuovo attraenti.


Alimentare il collettivo

Nonostante tutto, il modello fatica a decollare. La colpa è la mancanza di supporto politico e finanziario. “L’aiuto della PAC [Politica Agricola Comune] per ettaro non valorizza le aziende agricole che impiegano molte persone“, osserva David. Abbiamo creato diciassette posti di lavoro e non riceviamo alcun supporto per questo. I sussidi europei rappresentano meno dell’1% del fatturato della fattoria. Un altro problema è che le sovvenzioni per l’insediamento agricolo sono riservate ai capi azienda: i dipendenti di una cooperativa agricola non ricevono alcun aiuto per iniziare.

Ma la difficoltà principale — “che secondo Alexandre è anche il principale punto di forza“, risiede nelle relazioni umane. La Fattoria dei Volonterosi ha così attraversato un periodo di conflitti, attorno alla questione della mutualizzazione. “Cosa condividiamo? Dove inizia e finisce l’autonomia di ogni persona? C’erano visioni molto diverse, persino inconciliabili, all’interno del gruppo,” ricorda David. Alcuni agricoltori alla fine se ne sono andati.

Organizzare l’orizzontalità, distribuire i compiti… “Il collettivo è un’attività a pieno titolo nella fattoria,” osserva l’arboricoltore. Abbiamo riunioni di tre ore ogni due settimane, strumenti di comunicazione dedicati… Un’ “intensità” che “non può andare bene a tutti”, dice Stéphane. “Per me, è questo che limita la capacità di diffusione di questo modello

Per Mélanie Gaillard, si tratta soprattutto di una questione di formazione e supporto. “Non siamo culturalmente preparati in Francia per la governance collettiva. Il funzionamento non gerarchico non viene insegnato né a scuola né in famiglia. Quindi si tratta di imparare a comunicare, a prevenire i conflitti e a gestirli. “Non esiste una ricetta miracolosa, ci sono tante situazioni quantisono i collettivi,” insiste la specialista. Ma stabilire un quadro di governance condivisa aiuta a rafforzare la continuità delle aziende collettive. »

Questi sono tutti ostacoli da superare di fronte a una sfida immensa: smantellare il sistema agroindustriale. “Se non vogliamo che tutte le aziende agricole che devono essere rilevate finiscano nelle mani delle società finanziarie, dobbiamo spingere avanti le iniziative di questi agricoltori“, dice Lola Keraron. Ma per trasformare aziende agricole altamente industrializzate, diversificarle, riportarvi della biodiversità, ci vuole molto lavoro. Come si suol dire: da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano.

Note

[1] La fattoria è una cooperativa di attività e occupazione (CAE) , che conta 17 dipendenti, inclusi 8 imprenditori stipendiati associati.


« Le fattorie collettive rispondono alla crisi agricola »

Intervista a Maëla Naël – Lorène Lavocat – 3 marzo 2023

« Les fermes collectives répondent à la crise de l’agriculture »


Coltivare la terra insieme: questa è la sfida delle fattorie collettive. Più resilienti, più attraenti ed ecologiche, sono “una soluzione alle sfide agricole del momento”, secondo l’autrice e agricoltrice Maëla Naël.


Reporterre — Sempre più agricoltori si stabiliscono insieme. L’agricoltura collettiva è un grande successo. È un fenomeno nuovo?

Maëla Naël — L’agricoltura è sempre stata collettiva – a livello familiare, a livello di villaggio… Solo recentemente è diventata individualizzata, portando a una serie di problemi. L’orticoltore che fatica a fare tutto da solo, il contadino pieno di debiti… La rinascita dell’agricoltura collettiva risponde alle sfide dell’isolamento, della resilienza economica e dell’equilibrio tra lavoro e vita privata. Questo modo di organizzare suscita interesse specialmente tra i nuovi agricoltori, quelli che impiantano un’azienda ma non provengono dal mondo agricolo.

Dopo di che, tutto dipende da come definiamo una “fattoria collettiva”. I Gruppi Agricoli di Impresa in Comune (GAEC) esistono dagli anni ’60 per promuovere le associazioni tra agricoltori – ma in realtà spesso si tratta di coppie o fratelli che lavorano insieme. Secondo me, una fattoria collettiva deve coinvolgere almeno tre persone, non della stessa famiglia, con:

  • una diversità di produzioni – bestiame, cereali, orticoltura ;
  • una ricerca di complementarità tra le attività – ad esempio il siero del caseificio che nutre un allevamento di suini;
  • e orizzontalità tra i membri.

Queste aziende agricole di medie dimensioni — poche decine di ettari — diversificate sia in termini di attività sia in termini di partecipanti non sono numerose: forse un centinaio in Francia. Ma questo modello mi sembra molto interessante e offre soluzioni per il futuro.

Oggi, molte persone che vogliono impiantare un’attività si immaginano come orticoltori indipendenti su piccole superfici. Invece ci sono decine di migliaia di fattorie da rilevare in tutta la Francia, e sono per lo più aziende agricole di medie dimensioni, con agricoltura mista e allevamento, spesso capitalizzate, con attrezzature ed edifici che aumentano il costo di subentro. Le fattorie collettive sono una risposta a questa enorme necessità di recupero. E inoltre il gruppo è una soluzione per realizzare un modello agroecologico.


È più facile impiantare l’agricoltura biologica quando si fa parte di un collettivo?

Il biologico richiede più lavoro, più manodopera. È meglio essere in tanti. Ed è più facile sviluppare pratiche agroecologiche in una fattoria collettiva. Possiamo pensare alle complementarità, tutti i “rifiuti” possono essere recuperati sul posto: letame per le verdure, crusca di grano per gli animali…

In un contesto complicato, dal punto di vista climatico ed economico, per avere aziende agricole solide serve diversificazione delle attività, quindi servono diverse iniziative condotte da diverse persone. In altre parole: non bisogna mettere tutte le uova nello stesso paniere. La maggior parte delle fattorie che ho visitato erano biologiche, anche se ci sono anche aziende convenzionali gestite da associati.

Le fattorie collettive possono incoraggiare l’insediamento di nuovi agricoltori. Il percorso di guerra che comporta rilevare una fattoria si può affrontare più facilmente se si è in molti. È un modello attraente, perché ti permette di considerare di fare il contadino pur avendo i tuoi fine settimana e le festività. Infine, spesso sono dei luoghi di incrocio, di incontro e di scambio il che aiuta a combattere l’isolamento delle aree rurali. In breve, sono una soluzione alle sfide agricole del momento, anche se non sono una panacea.


Quali sono le principali difficoltà affrontate dalle fattorie collettive?

Le principali difficoltà sono umane: devi riuscire ad andare d’accordo con più persone! Questo è particolarmente vero a monte, al momento dell’avvio dell’azienda. Concordare il luogo, i valori, le attività. Ci sono anche ulteriori difficoltà più istituzionali. Le banche fanno difficilmente credito a delle entità collettive. Manca anche un quadro normativo e strumenti legali per regolamentare l’agricoltura collettiva.

Ad esempio, queste aziende stanno sperimentando statuti come lo Scop [

Société coopérative de production (Scop) : ce qu’il faut savoir | Service Public Entreprendre ]

e il Scic, [ Società Cooperativa di Interesse Collettivo, vedi: Fiche juridique SCIC ] in particolare per evitare un arricchimento individuale proporzionale al capitale della fattoria, e anche per beneficiare dello status di dipendente — e della protezione sociale che esso consente. Tuttavia questo status non è sufficientemente riconosciuto a livello agricolo e impedisce di ricevere alcuni aiuti come l’indennità per giovani agricoltori – un aiuto importante per i giovani che hanno impiantato un’azienda agricola.

Dal punto di vista economico, le aziende collettive non stanno andando troppo male. Dato che spesso hanno diversi tipi di produzione, sono più resilienti – una gelata sui frutteti può essere compensata da un buon raccolto di grano – e questo facilita la vendita diretta. La gente viene a fare tutti gli acquisti in fattoria.


Che consiglio daresti a chi vorrebbe iniziare?

Definire con largo anticipo chi compone il gruppo e concordare l’area geografica prevista per l’installazione, il periodo – tra un anno o cinque anni – e gli obiettivi del progetto. Anche l’accompagnamento mi sembra essenziale, in tutta la Francia si sono sviluppate molte strutture che supportano e seguono i gruppi.

Ai quattro angoli della Francia si stanno moltiplicando molte iniziative sull’argomento: Agricoll in Occitania o la cooperativa Les Fermes condivise nel Rodano-Alpi, per sostenere le installazioni collettive, Alterfixe, in Normandia, per facilitare l’acquisizione di aziende lattiero-casearie a livello locale. È inoltre necessario svolgere attività di sostegno affinché le fattorie collettive vengano finalmente riconosciute e meglio considerate dalle autorità pubbliche.

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