Milano anni ‘70: un vento nuovo soffia a Agraria e dintorni
Quando si parla dei primi nuclei promotori del biologico in Italia solitamente vengono citati l’Associazione Suolo e Salute dei professori Garofalo e Pecchiai, Gino Girolomoni e la sua cooperativa Alce Nero, la rivista AAMterranuova, la biodinamica e Giulia Maria Crespi. Spesso si parla anche dei negozi che funzionavano come centri di aggregazione e di promozione di quelle prime esperienze come: Il Girasole a Milano, Alce Nero ad Urbino, L’Albero del Pane a Roma. Meno nota ma assai importante è un’esperienza nata, caso unico in Italia, all’interno delle facoltà di Agraria e di Scienze dell’Università Statale di Milano. Nel fervore politico degli anni settanta del Novecento molti studenti e giovani laureati di quelle Facoltà milanesi diedero vita a iniziative come la CLESAV (la Cooperativa Editrice per le Scienze Alimentari e Veterinarie), i Quaderni di Controinformazione Alimentare, la cooperativa Il Papavero e Agrisalus (divenuta in seguito l’Associazione Consumatori Utenti). Parliamo qui oggi in particolare della cooperativa Il Papavero e dei suoi negozi, espressione di quella realtà multiforme su cui dovremo tornare. Ma ricordiamo che già nel 1982 quel gruppo di attivisti riusciva a mettere a confronto, in un convegno col patrocinio dell’Università e della Regione, il pensiero agronomico dominante con le più significative esperienze di fuoruscita dall’agricoltura convenzionale (L’agricoltura alle soglie del 2000. Le moderne tecniche chimiche, biologiche e biodinamiche a confronto, CLESAV 1983).
Di quelle vicende abbiamo parlato con Angelo Marchesi che, partecipo’ attivamente a quegli eventi e ancora oggi, dopo 40 anni, gestisce l’ultimo negozio storico del bio rimasto a Milano.
Angelo Marchesi: nel 1975 ha fondato nella Facoltà di Agraria di Milano la Cooperativa Libraria per le Scienze Agrarie e Veterinarie (CLESAV), oggi confluita nel marchio Città Studi Edizioni. Negli anni successivi ha collaborato con i Quaderni di Controinformazione Alimentare. A partire dal 1993 ha organizzato i primi mercatini biologici a Milano. Dal 2000 al 2006 è stato il referente di A.I.A.B.-Lombardia per promuovere nel territorio milanese i Gruppi d’Acquisto Solidale (G.A.S.), in collaborazione con il Gruppo Consumo Critico e La Rete Lilliput. Dal 1986 gestisce a Milano il negozio di prodotti bio Il Papavero di via Palestrina ( https://www.ilpapaverobio.com/about )
La storia del Papavero ha senso se la si collega a tutto il movimento di quegli anni
intervista a Angelo Marchesi
Giuseppe Canale – marzo 2026
Parlami un po’ di te
Sono nato il 24 agosto del 1951. I miei genitori sono di origine contadina. Sono venuti a lavorare a Milano, e si sono conosciuti, dopo la guerra. Mio padre è venuto a lavorare a Milano a 11 anni nel settore alimentare. Mia madre invece è venuta a Milano a diplomarsi infermiera e a svolgere la professione all’ospedale di Niguarda.
I miei nonni sono morti tutti e due per incidenti sul lavoro in agricoltura. Uno, quando mio padre aveva pochi mesi, è morto travolto da una catasta di legname. L’altro, quello di parte materna che l’aveva scampata durante la guerra del 15-18 – era nel genio pontieri tra quelli mandati a fare i ponti sul Piave con davanti le mitraglie degli austriaci e dietro i carabinieri che ti sparavano se tornavi indietro – quando nel ‘43 è passato un aereo a bassa quota mentre stava arando un campo, i buoi si sono spaventati e così il manico dell’aratro gli si è conficcato nel fianco. A quei tempi non riuscivano a intervenire su questi eventi, così è morto dopo poco tempo per le conseguenze.
Io d’estate andavo a lavorare in campagna a dare una mano dai miei cugini, i figli della sorella di mia madre che erano anche loro dei bambini. Questi bambini che avranno avuto tra i 10-14 anni si sono trovati a dover gestire una piccola azienda agricola che era la risorsa economica della famiglia perché il papà era morto nel ‘60 quando loro erano ancora dei bambini. Avevano 7-8 vacche, un cavallo per i lavori di campagna e un po’ di terreno dove producevano fieno e cereali. Era fine anni ‘50 inizio anni ‘60, c’era ancora l’agricoltura di una volta, di prima della rivoluzione verde. In quegli anni, da quando avevo 9 fino ai 13 anni, con mio fratello si andava a dare una mano. Per noi era anche un po’ una vacanza però una vacanza di lavoro vero perché nei campi si faticava.
Così ti sei innamorato dell’agricoltura e sei andato a fare Agraria?
Mi sono diplomato all’Einstein. Quando ho finito il liceo scientifico ero indeciso su che direzione prendere ma volevo fare qualcosa di utile per la società. Ho iniziato iscrivendomi a Medicina, dato che c’era pure mia mamma infermiera. Era un po’ anche per dare una soddisfazione a lei che ha avuto una vita veramente dura.
Andavo come volontario al CTO (Centro Traumatologico Ortopedico) con dei miei compagni di liceo anche loro iscritti a Medicina. Il problema è che dopo le prime esperienze che ho avuto mi sono reso conto che non ero adatto per Medicina e a dicembre del 1970 mi sono alla Facoltà di Agraria.
Com’era allora la facoltà di Agraria di Milano? Cosa vi insegnavano?
C’erano le materie classiche ma anche, per esempio, il corso di ecologia del prof. Scarponi. Si cominciava allora a parlare di questi temi, ed è stato allora che si è iniziato a ragionare su un approccio diverso all’agricoltura. C’era una certa apertura nel mondo accademico, grazie a una forte presenza del movimento degli studenti, dei ricercatori e del personale universitario al dibattito sull’indirizzo degli studi e della ricerca in facoltà. Il progetto di ispirazione industriale della cosiddetta rivoluzione verde dell’agricoltura si stava affermando in quegli anni, però c’era spazio per una visione diversa, come quella che si rifaceva ad agronomi come Giovanni Haussmann ( https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-haussmann_(Dizionario-Biografico)/ ) che diceva che la conoscenza isolata dall’etica diventa ambigua, soggiogata da idea di arricchimento, non disponibile ad ascoltare la voce della natura. In quegli anni si è cercato di dare la possibilità ai giovani di trovare disponibilità di terre per avere un’opportunità di lavoro concreta che non fosse andare a lavorare per attività correlate al settore agricolo.. Le Cooperative Giovanili in Lombardia sono nate da lì, dalla facoltà di Agraria, coinvolgendo poi anche delle persone che già lavoravano la terra.
Noi siamo partiti prima della legge 285 del 1977. La proposta delle cooperative giovanili l’abbiamo fatta presente noi alle istituzioni, ma non è stata recepita subito. E’ stato un percorso abbastanza lungo e difficile. Noi chiedevamo, ad esempio, che i terreni di quello che allora si chiamava ECA (Ente Comunale Assistenza) venissero perlomeno in parte dati a cooperative giovanili, una richiesta che però è stata disattesa. Nel 1973 era stata costituita, ad opera principalmente dell’agronomo Giovanni Brambilla, una cooperativa, ” Nuova Agricoltura”, che poi è riuscita a trovare soltanto a Campsirago, in un contesto diverso, la possibilità di coltivare a conduzione biologica dei terreni. Ma al di là di questa ci sono state esperienze che sono nate proprio dalla facoltà di Agraria in quegli anni, come la cooperativa Gruppo Vignaioli di San Colombano al Lambro e la cooperativa Canedo di Romagnese in Val Staffora, entrambe ad indirizzo biologico.
Ma che aria si respirava? Che rapporto avevate con i docenti? Mi ha colpito che nel vostro convegno del 1982 (L’agricoltura alle soglie del 2000. Le moderne tecniche chimiche, biologiche e biodinamiche a confronto, ed. CLESAV 1983 ) Claude Aubert ( https://storiedelbio.it/2021/11/15/claude-aubert-e-il-biologico-industriale/ ) fosse il primo esperto a intervenire.
C’era un’aria di confronto, magari anche duro. Per esempio in università prima gli strumenti per lo studio erano limitati, cioè non c’erano testi e dispense per tutti i corsi. Noi siamo riusciti a avere dispense per tutti, anche per gli studenti lavoratori.
Sul terreno specifico della cultura agronomica c’era un clima di contrapposizione, però si dialogava. L’agricoltura biologica non era un tabù.
Siamo stati l’unica facoltà di Agraria in cui c’è stata la possibilità di confrontarsi tra le varie componenti. Il rapporto col corpo docente e con i ricercatori del CNR ha contribuito in parte a far uscire l’Università dai canoni della ricerca pura o della collaborazione subalterna coi settori agroalimentare e dell’agrofarma.
Tutti gli intervenuti, allora nomi anche importanti, che trovi nel libro su quel convegno erano anche il risultato di un confronto che c’era stato in Facoltà, che alla fine ha coinvolto persone con cui forse prima non avresti pensato di poter interloquire.
E com’era l’ambiente studentesco?
Quando sono arrivato ad Agraria era appena sorto il Comitato Unitario di Base . C’era anche un rapporto tra gli studenti della facoltà e con quelli delle altre facoltà scientifiche dell’Università Statale, C’era un Movimento degli studenti molto attivo.
Allora in generale nell’ambito culturale e politico c’era poca attenzione ai temi dell’agricoltura e dell’ambiente. Solo nella facoltà di Agraria e nelle facoltà scientifiche vi era chi se ne occupava.
Poi nel 1975 avete fondato la CLESAV…
La Cooperativa Libraria per le Scienze Agrarie e Veterinarie che abbiamo fondato nel 1975 dopo un percorso di coinvolgimento dei docenti per avere tutta una serie di strumenti di studio. Cioè praticamente le dispense che inizialmente non c’erano. Così c’era qualcuno di noi che seguiva i corsi e prendeva gli appunti, poi si confrontava col docente per verificarne la correttezza. Poi, quando sono riuscito a realizzare una dispensa per ogni corso abbiamo deciso di fare la cooperativa.
Il promotore della cooperativa era il Comitato di Base di Agraria. Contrariamente a quanto avveniva da altre parti il nostro CUB non era composto solo da aderenti alla sinistra extraparlamentare, c’erano anche attivisti cattolici , i liberal-democratici, i socialisti, e semplici studenti democratici. Quando è stata operativa la cooperativa siamo riusciti a realizzare pubblicazioni più curate, migliorando la qualità editoriale (prima le dispense le stampavamo col ciclostile).
Come nascono i Quaderni di Controinformazione Alimentare?
Nel 1975 nasce CLESAV per fare le dispense ma già con l’idea di fare la rivista. Oltre alle dispense la CLESAV era anche lo strumento che ci si dava per crescere rispetto al materiale scientifico che si voleva proporre. Per cui abbiamo fatto tutta una serie di iniziative editoriali. Ricordo solo qualche titolo: Svezzamento naturale/ Nutrire con amore/ Trenta menu in salute e leggerezza -Primavera e Estate- Autunno e Inverno/ I prodotti dell’alveare/ Il Gelato / La difesa biologica dell’orto e del frutteto/ Informatica e agricoltura.
I Quaderni sono stati il risultato del lavoro portato avanti in quegli anni come studenti ed esperti di Scienze delle preparazioni alimentari e di Scienze Agrarie. ( Vedi, nella Sezione DOCUMENTI: IMG-20260531-WA0004.jpg (1080×1920) e anche https://storiedelbio.it/wp-content/uploads/2026/06/quaderni-n.4-1.pdf )
L’animatore del gruppo era Gianni Cavinato, ricordo anche Corrado Giannone che ha realizzato la Goletta Verde insieme a Legambiente e fondato CONAL (società di consulenza nella ristorazione collettiva), c’erano anche: Gualtiero Freiburger, entrato nell’Assessorato all’Agricoltura della regione Piemonte, Emilio Senesi che poi è andato a dirigere la Centrale del Latte di Milano, Carla Minella diventata responsabile delle mense scolastiche a Genova, Gabriella Iacono che è stata presidente di Milano Ristorazione, solo per fare alcuni nomi.
E Il Papavero come salta fuori?
E’ una storia iniziata alla fine del 1976 però la cooperativa di consumo è nata ufficialmente nel 1978. Era partita come iniziativa di studenti e neolaureati delle facoltà di Biologia e Scienze Agrarie della Università Statale di Milano, ha coinvolto anche realtà spontanee e organizzate di lavoratori dell’area milanese che facevano riferimento ai Comitati di Base della ATM, dell’AlfaRomeo, della Borletti, della SIT Siemens, ricordo questi in particolare, e altre realtà lavorative.
Si proponevano i prodotti di un’agricoltura familiare fatta di piccole realtà che erano e sono tutt’ora il tessuto vero dell’agricoltura italiana .Si sosteneva un’agricoltura senza l’uso di fitofarmaci e concimi di sintesi. Si voleva che il cibo di qualità, attraverso un’alimentazione sana, basata sull’uso di cereali, legumi, uova, frutta e verdura, fosse alla portata di tutti.
Mi sembra di cogliere in quel che dici un po’ una critica implicita al Girasole, il negozio fondato dai biodinamici che c’era già allora.
No, no, nessuna critica implicita, sono due percorsi diversi. Il nostro è stato diciamo un percorso popolare. Non è che siamo partiti pensando al Girasole. Anzi forse neppure lo conoscevamo.
Dunque nel ‘78 apriamo un magazzino in via Vetere e fondiamo la cooperativa di consumo. Si era fatta la cooperativa anche per evitare tutta una serie di permessi legati alle autorizzazioni commerciali e comunali che altrimenti avremmo dovuto avere. Subito dopo si trova un punto vendita, proprio girato l’angolo, su Corso di Porta Ticinese. Sarà stato sui 60mq, per essere un negozio non era neanche piccolino.
E’ stato così creato un vero punto vendita aperto tutti i giorni con delle persone che ci lavoravano in maniera continuativa. Era un negozio sui generis, bisognava avere la tessera di socio.
Che rapporti c’erano col bio? Vendevate già biologico?
Sì, cercavamo di coinvolgere le realtà che avevano iniziato ad abbracciare questa proposta di agricoltura. Avevamo tutto quello che era possibile avere, dai formaggi alle verdure, salvo la carne e il pesce. Ai tempi non è che ci fossero molti fornitori biologici nel territorio milanese e molti nostri fornitori erano di fuori. Per quanto riguarda la verdura c’era l’azienda agricola di Antonio Corbari e la cooperativa Le Mogliazze di Bobbio , che ci forniva anche frutta e conserve. Poi c’era Gino Girolomoni che portava dalle Marche la sua pasta. Per il vino c’erano la cooperativa del Gruppo Vignaioli di San Colombano e la cooperativa Valli Unite . Prendevamo il riso da Cascine Orsine, e Cascina Caremma. Per i formaggi c’erano Oramani, un piccolo produttore dell’Oltrepò Pavese, e la cooperativa La Selva.
Avere prodotti dal Sud come le arance era difficile. Comunque ci riuscivamo attraverso la cooperativa Agrinova di Alfio Furnari che era sorta da poco. Agli inizi degli anni ’80ha iniziato a collaborare con noi una figura storica dell’agricoltura biologica lombarda : Giovanni Brambilla . Produceva verdure e formaggi. Insieme ad altri piccoli produttori lombardi aveva fondato l’Associazione Agrivita che è stata il primo momento di aggregazione tra i produttori biologici lombardi. Agrivita ha creato il primo disciplinare sul biologico, legato un po’ a quello di “Cos’è biologico” e poi di Aiab. Infatti inizialmente Agrivita si era costituita come associazione indipendente e è confluita in Aiab come Associazione Biologica della Lombardia.
L’olio lo prendevamo in Sicilia, in Abruzzo e in Liguria. Quello dell’olio è sempre stato un mondo abbastanza problematico. Io attraverso i Quaderni di Controinformazione Alimentare ho fatto un’inchiesta sugli oli biologici nel 1990, coinvolgendo il professor Giovanni Amelotti, di chimica analitica di Agraria e l’Istituto di Tecnologia degli Oli Grassi ( Vedi in DOCUMENTI: IMG-20260531-WA0003.jpg (1080×1920) ). Avevamo fatto una campionatura di una decina di oli che si dicevano biologici e purtroppo è risultato che la qualità di alcuni non era eccellente.
L’assortimento del Papavero comprendeva anche prodotti erboristici di cosmetica tra cui quelli delle ditte Rebis e di Argital del dott. Giuseppe Ferraro.
Prima che ci fossero gli enti certificatori come facevate ad assicurarvi della qualità dei prodotti che vendevate? Come facevate a essere sicuri che la merce fosse buona?
Noi sapevamo che, in una situazione in cui non c’era un regolamento, la cosa migliore era conoscere le realtà. Un buon numero delle persone che gravitavano intorno al Papavero non erano degli sprovveduti, perché avevano un buon grado di conoscenza tecnica. Se poi c’erano delle realtà che questo lavoro di verifica lo facevano già in maniera professionale, ci fidavamo. Così eravamo abbastanza tranquilli se un’azienda aveva la certificazione Demeter.
Il problema non erano tanto i sequestri, avvenuti in quegli anni perchè vendevi prodotto biologico [ cfr. circolare Zarro 1988 ] ma il fatto che, siccome non esisteva una regolamentazione, c’erano personaggi che definivano i loro prodotti biologici ma poi non lo erano. Per questo il Movimento del biologico si è voluto dare autonomamente già nel 1985 il regolamento “Cos’è Biologico” poi adottato e sviluppato da Aiab.
Come eravate organizzati con i fornitori per la logistica?
C’erano dei piccoli produttori che ci portavano la merce direttamente in negozio). Poi esistevano le prime forme di commercializzazione. In Emilia c’era la cooperativa La Farnia che fungeva da punto di raccolta soprattutto per le produzioni biodinamiche che portavano a Milano. Poi ha iniziato anche la GEA a San Fior, a fare distribuzione, divenendo Ecor negli anni ‘90.
Per i prezzi come vi regolavate? A quei tempi spesso la logica era che la distribuzione non doveva costare quasi niente, coprire solo i costi vivi, fondata molto sul volontariato….
Quella è la stessa logica che si è tenuta anche da noi all’inizio. Noi accettavamo il prezzo che chiedeva il produttore, anche perché non abbiamo mai avuto dei problemi. Ma quando si è fatta la scelta di non stare in un magazzino e di andare verso la strada, allora i costi sono lievitati. Abbiamo dovuto decidere di pagare le persone perché non poteva essere tutto volontariato. Inizialmente i ricarichi erano troppo bassi, però poi è stato trovato un equilibrio.
In quegli anni si è cercato di tenere le due necessità presenti. Nel senso che c’era tutto un mondo legato al lavoro che aveva fatto partire questa realtà, per cui non potevi fare dei prezzi che non fossero alla sua portata.
Nel ‘95 la cooperativa chiude e il negozio diventa tuo. Cos’era successo?
Tra una storia e l’altra la cooperativa ha avuto dei problemi di gestione e allora mi hanno chiesto se volevo intervenire io per salvarla. E’ successo nel 1995 quando ci siamo trasferiti in via Cesare Correnti. Tieni conto che io gestivo già dal 1986 il negozio di via Palestrina che la cooperativa aveva aperto nel 1982, di cui ti parlerò dopo. E’ il negozio dove ancora sono.
La fase iniziale della cooperativa l’avevamo vissuta in comune come idea. Poi c’erano delle persone che si erano proposte per la gestione e sono andati avanti loro, pur avendo io sempre collaborato con la cooperativa anche se non ci lavoravo. In seguito c’è stata una gestione un po’allegra. Cioè si è fatta poca attenzione ai costi.
Quando sono andate via le persone che lavoravano senza guardare l’orario,e facevano una via di mezzo tra volontariato e lavoro anche se c’era comunque uno stipendio, quando è diventato tutto lavoro retribuito e non soltanto il piacere di farlo, i costi del personale hanno fatto saltare l’equilibrio economico della cooperativa.
Così nel 1995 ho deciso di rilevare tutti i debiti della cooperativa, anche perché stavano per sequestrare le case del presidente e del vicepresidente che avevano firmato delle fideiussioni. Ho proseguito l’attività finché non è intervenuta la cooperativa Chico Mendes che nel 2006era interessata ad aprire una sua Bottega in zona.
Come mai, dopo 11 anni hai ceduto alla Chico Mendes?
Quello che ti posso dire è che col biologico non si fanno i soldi. L’operazione che ho fatto io, che ha salvato Il Papavero e me, è stata quella di trasferirmi da corso di Porta Ticinese in v. Cesare Correnti perché questo locale dove siamo andati era in vendita ad un prezzo decoroso. Praticamente io ho fatto l’operazione con la banca e il mutuo e ho detto, meglio pagare il mutuo che pagare un affitto, così poi mi rimane qualcosa. E’ quello che mi ha salvato perché alla fine ho deciso di cedere dato che la situazione diventava veramente pesante da gestire. Avevamo saputo che lì vicino a me, lungo lo stesso marciapiede, voleva aprire NaturaSì, che poi ha effettivamente aperto. Anche qui in via Palestrina, dove siamo adesso, quelli di Bio c’ Bon me ne hanno aperto uno davanti. Proprio la logica del massacro. Sai cosa vuol dire? Tu hai fatto il lavoro per sviluppare il settore e poi arrivano loro che sono più forti e riescono a gestire meglio un discorso di prezzi per cui o lavori con loro oppure chiudi.
Qual è stato il ruolo del Papavero in quegli anni?
La storia del Papavero da sola non ha molto significato. Ha senso se la si vede collegata a tutto quello che è stato il movimento di quegli anni, da fine anni ‘60 agli anni ‘70. Sono state fatte delle cose molto belle portate avanti da quelli che chiamerei “i ragazzi della via Celoria” per comprendere sia quelli che erano gli studenti di Agraria, sia quelli di Biologia, di Scienze, se vuoi anche di Medicina. Quei giovani hanno dato un contributo notevole sul tema dell’agricoltura e dell’ecologia, specie nell’area milanese e lombarda, agli sviluppi che si andavano delineando in quegli anni.
Hanno contribuito anche a risvegliare un po’ le coscienze nel mondo accademico e a coinvolgere in quegli anni anche ricercatori e docenti.
La cooperativa Il Papavero ha avuto sicuramente una funzione di aggregazione per le persone che erano interessate al tema dell’agricoltura biologica. Legate al Papavero c’erano delle persone che poi avevano costituito delle aziende biologiche giovanili come ti ho detto. Chi si impegnava nel settore dell’agricoltura biologica sicuramente trovava nel Papavero la possibilità di avere una visibilità delle produzioni, di farsi conoscere. La cooperativa era parte di questo mondo e le persone che vi gravitavano intorno contribuivano a far conoscere il progetto dell’agricoltura biologica. Sono tutte cose interconnesse tra di loro. Cioè la Facoltà di Agraria, quella di Scienze, La CLESAV, I Quaderni di Controinformazione Alimentare, L’Agrisalus (poi Associazione Consumatori Utenti). Anche lo stesso Altroconsumo è partito in certa misura da questo mondo.
Poi ci sono persone che hanno pubblicato, utilizzando lo strumento della CLESAV, anche dei lavori molto belli sull’agricoltura. Temi che erano poco affrontati come quelli dell’alimentazione sana, corretta, biologica. Era tutto un mondo interconnesso. C’erano docenti della facoltà di Agraria e Biologia che hanno pubblicato dei loro lavori.
Parlami del negozio di via Palestrina dove sei da quarant’anni.
Il negozio è stato aperto nel ‘82, era la seconda sede del Papavero. Allora le cose andavano bene però il negozio è passato per diverse mani più o meno capaci e questo ha creato degli scompensi. Così dopo alterne vicende nel 1986 mi è stato proposto di rilevarlo. In quest’ambiente del cooperativismo c’erano tante belle persone, però quando chi lavora dentro una piccola realtà pensa solo a portarsi a casa lo stipendio, punto e basta, tutto non quadra. Io per riuscire a gestire l’attività e farla andare almeno in pareggio, devo pensare di lavorarci da mattino a sera senza contare le ore come farebbe un dipendente. Perché se conti le ore non ci stai nei costi. Per un certo periodo abbiamo anche fatto da mangiare, e i corsi di alimentazione e di cucina, che chiamavamo “dei semplici”. Con il Covid abbiamo smesso. Francamente non so se proseguirò per molto l’attività. Comunque oggi posso dire che Bio c’Bon e l’Erbolario, che avevano aperto qui davanti, hanno chiuso, mentre il Papavero è ancora presente. La legge della giungla, che dice che è il più forte che vince, in questo caso non ha funzionato, ma è una magra considerazione. Lo dico con grande tristezza, non per vantarmi, ma perché questa logica non dovrebbe far parte del mondo del biologico e dell’erboristeria
Come vedi il futuro del biologico?
Lo vedo bene. Bene nel senso che io sono stato abituato sempre ad affrontare le difficoltà. Nel biologico c’erano difficoltà fin dall’inizio, eppure siamo arrivati al punto in cui c’è stato il riconoscimento del settore, e così via. Adesso vedo che comunque c’è una gran confusione con tutte queste proposte (residuo zero, rigenerativo, conservativo, ecc.) che si rifanno al biologico, anzi dicono di essere oltre al biologico. Però non rischiano niente perché possono dire quel che vogliono e nessuno controlla. Una difficoltà è questa, un’altra è che vedo che nel nostro mondo stanno arrivando i grossi capitali, che stanno monopolizzando il settore. Cioè gente che non ha nessuna affinità con il settore, ma gli interessa soltanto fare i soldi. Questi sono i grossi rischi. Penso comunque che l’idealità e la pratica di questa agricoltura riusciranno ad affermarsi ancora. Non credo che si tornerà indietro.