Funzione fondamentale del HUMUS

Giugno 29, 2026 2 Di storiedelbio

Da quando più di due milioni di persone hanno sottoscritto una petizione lanciata il 10 luglio 2025 dalla studentessa ventitreenne Eléonore Pattery sul sito dell’Assemblea nazionale francese contro la legge “Duplomb” ( https://fr.wikipedia.org/wiki/Loi_Duplomb ) che prevedeva tra l’altro la possibile reintroduzione di pesticidi neonicotinoidi come l’acétamipride vietato dal 2020 in Francia per la sua tossicità, il dibattito sul futuro dell’agricoltura francese ha lasciato la ristretta cerchia degli addetti ai lavori per coinvolgere l’intera opinione pubblica.

La discussione si è intrecciata con lo scandalo della contaminazione dell’acqua potabile ( https://www.lemonde.fr/planete/article/2024/10/15/eau-potable-des-dizaines-de-metabolites-de-pesticides-echappent-a-toute-surveillance_6352130_3244.html ) a causa anche dei Pfas che, pur oggetto di una legge del febbraio 2025 che ne limita l’impiego a partire dal 2026, ha visto 192 cittadini intentare una azione legale risarcitoria contro due aziende chimiche accusate dell’inquinamento della cosiddetta “valle della chimica” nei pressi di Lione ( https://valori.it/azione-legale-contro-pfas/ ).

Peraltro a inizio 2026 è stata presentata una nuova proposta di legge (informalmente chiamata “Duplomb 2”) che tenta di reintrodurre tali pesticidi a titolo derogatorio e per colture specifiche, per tener conto delle raccomandazioni del Consiglio Costituzionale che aveva censurato la versione precedente della legge.

Pubblichiamo qui di seguito un breve intervento di Gaspard Koenig, recentemente apparso su Le Monde, che mette in luce con grande chiarezza come la ragione di fondo per cui l’agricoltura chimica deve lasciare quanto prima il posto ad un approccio agroecologico è il carattere non biodegradabile dei suoi preparati. Proprio quello che il biologico sostiene da sempre.

Gaspard Kœnig, filosofo, è autore di «Humus» (2023) e di «Aqua» (448 p., 23 €), pubblicati dalle Editions de l’Observatoire.

Dello stesso si veda anche l’articolo pubblicato il 27 maggio 2025 su Les Ecos ( https://www.lesechos.fr/idees-debats/editos-analyses/crise-agricole-assumer-lagroecologie-2167473 ) mentre si discuteva ancora della prima “legge Duplomb”, poi approvata il giorno 8 luglio 2025.

La transizione agroecologica non è un capriccio di poeti ambientalisti ma un imperativo di salute pubblica”

Gaspard Koenig «LeMonde» – 24 aprile 2026

L’agricoltura chimica nata nei «trenta gloriosi» [ dal 1945 al 1975, vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Trente_Glorieuses ] , legittima ai suoi tempi, deve oggi accettare i propri errori e riformarsi. Gli studi si susseguono e arrivano agli stessi risultati , dimostrando la tossicità dei prodotti fitosanitari e dei loro metaboliti sia per la biodiversità che per la salute umana. Il microbioma universale è danneggiato.

Ecco perché un professore di medicina come Christian Bréchot, [ vedi: https://www.odilejacob.fr/catalogue/sciences/biologie/revolution-des-microbiomes_9782415004835.php ] ex direttore dell’Istituto nazionale della salute e della ricerca medica e dell’Istituto Pasteur, invoca con urgenza una transizione agroecologica. Non si tratta del capriccio di un poeta ambientalista, ma di un imperativo di salute pubblica : è sconcertante che lo Stato, sempre così pronto a proteggerci da noi stessi, non si interessi di questo. Non ci sorprenderebbe se i responsabili di tanta negligenza si ritrovassero, tra qualche anno, davanti ai tribunali. Lo scandalo dei suoli contaminati è solo all’inizio. [ https://www.statistiques.developpement-durable.gouv.fr/les-sols-en-france-etat-des-connaissances-en-2025 ]

Questa realtà scientifica, oggi inconfutabile, non risponde tuttavia a una domanda ancora più fondamentale.

Perché, da un punto di vista filosofico, sarebbe sbagliato iniettare nel suolo sostanze chimiche di sintesi?

Cosa rispondere ai saccenti che ci dicono che «tutto è natura»? Quale differenza essenziale esiste tra i fertilizzanti «naturali» autorizzati nel biologico e le dannose molecole dell’agricoltura intensiva? I popoli indigeni dell’Amazzonia non concimavano già i loro terreni con carbone di legna e frammenti di ceramica per renderli una Terra Preta straordinariamente fertile?

Propongo di porre la domanda al suolo stesso. Quali principi morali racchiude? La funzione dell’humus in un ecosistema naturale è quella di trasformare la morte in vita. Scomporre l’organizzazione dei corpi; compostare i cadaveri animali e vegetali; ridurre la carne, le foglie, tutta la materia organica ai suoi elementi primari, resi disponibili per alimentare nuovamente la catena trofica. La putrefazione non è dovuta a un processo interno, ma all’azione di esseri microscopici che, per la maggior parte, vivono nel suolo. È una trasformazione che fa diventare suolo. L’humus è al tempo stesso una necromassa, costituita da resti morti, e una biomassa, che fornisce il suo materiale alla vita.

Pasteur aveva capito che «se gli esseri microscopici scomparissero dal nostro globo, la superficie della Terra sarebbe ingombra di materia organica morta e di cadaveri di ogni genere, animali e vegetali», rendendo impossibile la rigenerazione della vita. È ciò che gli esploratori scoprono al Polo Sud: cumuli di pinguini morti dalle forme ancora ben visibili che costituiscono un vero e proprio strato di cadaveri, in mancanza di suolo che li decomponga. Durante la sua spedizione in Terra Adelia, la glaciologa Daphné Buiron descrive così «un materasso di resti morti». I pinguini di oggi camminano letteralmente sopra i loro antenati. «L’Antartide», conclude elegantemente Daphné Buiron, «non nasconde la sua storia con quella successiva. Ammucchia le vite». Ma questo accumulo, se fosse universale, diventerebbe presto insostenibile.

Così l’humus dà slancio all’evoluzione naturale, rompendo continuamente il mosaico della vita e consentendo nuovi assemblaggi. Senza humus, nessun rinnovamento, nessun progresso, nessuna temporalità. Tocchiamo con mano una nuova legge morale: il bene è quello che si può digerire, cioè quello che, diluendosi progressivamente nel suo ambiente, non provoca alcun danno. Al contrario, il male è ciò che è indigesto. Tutto ciò che non passa, che rimane troppo a lungo di traverso alla gola degli ecosistemi, superfluo, inutile, non trasformabile e non riutilizzabile.

Il crimine più grave in questo senso sarebbe rendere un ambiente eternamente indigesto.

L’Antico Testamento non si sbaglia quando descrive, nel Libro dei Giudici, la salatura della terra di Sichem da parte del crudele Abimelech, che dopo aver massacrato gli abitanti della città si assicura che nulla cresca più nei dintorni. Avvelenare i suoli, sradicare l’humus, significa peccare contro la vita stessa.

Il sale di Sichem di oggi sono gli xenobiotici, quelle molecole sintetiche etimologicamente «estranee (xeno) alla vita (bio)». L’industria chimica ne ha ideati più di 100.000 tipi diversi nel corso del XX secolo per produrre fertilizzanti, prodotti fitosanitari, plastica, alimenti trasformati… Il problema non è che gli xenobiotici siano creati dall’uomo, ma che si impongano bruscamente nell’ambiente senza essersi sottoposti al processo di selezione e adattamento dell’evoluzione naturale.

Sebbene alcuni funghi siano già in grado di degradarne alcuni (come il Pestalotiopsis microspora per il poliuretano presente nelle colle e nel Lycra), la natura non dispone in genere di alcun mezzo per scomporre, come fa di solito, queste molecole legate artificialmente tra loro. «Facendo irruzione a sorpresa nell’evoluzione del vivente», spiega il biologo Marc-André Selosse, «gli xenobiotici trovano una biosfera impreparata a tollerarli e a riciclarli». Ecco quindi il male: i PFAS, le microplastiche, i metaboliti dei pesticidi. Tutto ciò che non scompare, almeno non prima di qualche milione di anni, quando appariranno batteri in grado di digerire i nostri manufatti.

Ecco perché la Terra Preta, prodotto della dissoluzione di sostanze organiche, non pone alcun problema. Si può trasformare, concimare, coltivare, senza nuocere. La differenza non è tanto tra natura e artificio ma è soprattutto tra ciò che è decomponibile e ciò che non lo è.

Questa regola morale derivata dall’humus potrebbe essere estesa a tutte le attività umane. Come in Ecotopie ( 1975; Stock 1978 ) . di Ernest Callenbach, si dovrebbe avere il diritto di fare solo quello che si sa come disfare. Costruire edifici che possano integrarsi (e disintegrarsi) nel loro ecosistema. Fabbricare beni di consumo che si possano riciclare, riutilizzare, o biodegradare. Adottare comportamenti che possano metabolizzarsi in valori sociali. Formulare idee che possano adattarsi e trasformarsi passando tra gli animi e le menti. L’humus è il migliore antidoto contro i dogmi !