Chi sono oggi gli agricoltori?
Nel 2013 Franco Sotte (Università Politecnica delle Marche) e Andrea Arzeni (CREA) pubblicarono uno studio pionieristico sui dati del censimento agricolo del 2010, col titolo “Imprese e non-imprese nell’agricoltura italiana” ( https://francosotte.wordpress.com/wp-content/uploads/2025/01/agriregionieuropa_digitale.pdf pag. 253 ). La loro analisi dimostrava come, nelle statistiche: “ i valori medi celano le diversità interne e, in particolare, la presenza simultanea di imprese e non-imprese completamente differenti per dimensione economica, caratteri salienti, obiettivi, strategie”.
In particolare risultava che, a fronte di un 67% di aziende che non raggiungevano la soglia dei 10.000 €/anno di Dimensione Economica (di cui più della metà produceva solo per autoconsumo) e un 11,1% con un DE intermedio ( compreso tra i 10 e i 20 mila euro), emergeva un segmento del 21,9% del totale con un DE superiore ai 20.000 € . All’interno di quest’ultimo, spiccava un 19,1% di imprese che impiegavano il 63,6% della SAU totale, il 57,2% delle ore totali lavorate e lo 82,8% dalla produzione standard complessiva. (https://storiedelbio.it/2026/03/24/quale-futuro-per-le-aziende-agricole-familiari/ )
Nell’attesa che i due studiosi pubblichino i risultati (in programma per l’autunno) dell’aggiornamento del loro lavoro sui risultati del Censimento Agricolo del 2020, pubblichiamo qui di seguito l’introduzione del prof. Sotte ai lavori della sessione della Conferenza annuale 2026 dell’AIEAA (Associazione Italiana di Economia Agraria e Applicata) dedicata al tema : Chi sono oggi gli agricoltori in Italia?
Franco Sotte: già Professore ordinario di Economia e Politica Agraria presso la Facoltà di Economia “G.Fuà” dell’Università Politecnica delle Marche – Ancona. Docente di European Agricultural Policy e Economia del territorio e dell’ambiente. Fondatore e presidente dal 1995 al 2020 dell’Associazione Alessandro Bartola – Studi e ricerche di economia e di politica agraria. Direttore di Agriregionieuropa. Socio emerito della Associazione Italiana di Economia Agraria ed Applicata (AIEAA).
FRANCO SOTTE
INTRODUZIONE
ALLA SESSIONE ORGANIZZATA DALL’AIEAA
“CHI SONO OGGI GLI AGRICOLTORI IN ITALIA?”
La classificazione tradizionale ormai superata
Chi sono oggi gli agricoltori in Italia? Si tratta di una domanda alla quale in passato era facile rispondere. Gli agricoltori potevano essere classificati in categorie ben definite: da un lato, i coltivatori diretti (caratterizzati dalla predominanza della manodopera familiare) e, dall’altro, i capitalisti agrari (datori di lavoro di operai salariati e braccianti). Questo secondo gruppo era anche titolare della terra o del bestiame nei vecchi contratti agrari, quali mezzadria, colonia e soccida.
Le analogie di fondo semplificavano la comprensione del settore. Questa rappresentazione è ormai del tutto superata. Ciò è il risultato della profonda trasformazione che ha investito il settore e che è destinata a continuare a trasformarlo in futuro.
I cinque motori della trasformazione strutturale
La progressiva dissoluzione della struttura agricola tradizionale è guidata da cinque fattori sistemici: specializzazione, diversificazione, destrutturazione, finanziarizzazione ed evoluzione tecnologica.
La specializzazione, è il primo fattore trainante. Tutta l’attività aziendale nelle attuali aziende agricole si focalizza su una o poche colture o allevamenti. Ciò segna un allontanamento dai complessi sistemi agricoli familiari integrati del passato, basati sulla coesistenza di allevamento e coltivazione, nonché sull’integrazione di varie attività agricole, sulla trasformazione in azienda dei prodotti e sulla auto-produzione dei fattori di produzione: sementi, fertilizzanti (letame), trazione dei mezzi tecnici. Oggi l’agricoltura è composta da un numero minore di attori altamente specializzati, disomogenei tra loro, quindi privi di interessi politici o sociali condivisi. Un allevatore non ha nulla in comune con un orticoltore, né quest’ultimo con un viticoltore e così via.
La diversificazione, il secondo fattore trainante, spinge solo apparentemente nella direzione opposta alla specializzazione. Come analizzato per primo da Van der Ploeg, la diversificazione opera attraverso i tre assi dell’approfondimento (deepening), dell’allargamento (braodening) e del riposizionamento (regrounding). Le motivazioni di questo cambiamento differiscono in base alla scala. Le piccole aziende agricole diversificano per garantirsi un reddito supplementare e occasioni di impiego per la manodopera familiare. Le grandi imprese lo fanno per mitigare gli elevati rischi aziendali inerenti alla specializzazione. La diversificazione è ulteriormente favorita dalla domanda di mercato per le bioenergie, l’accoglienza e dalle politiche orientate alla valorizzazione dei beni pubblici.
La destrutturazione è il terzo fattore trainante. Questo fenomeno deriva dalla disgiunzione sempre più netta tra la proprietà delle aziende agricole e dei terreni e la loro gestione operativa. Man mano che gli eredi dei precedenti agricoltori e i proprietari non più attivi in agricoltura hanno rinunciato all’impegno personale nella produzione, tra il 2000 e il 2020, l’Italia ha registrato più che un raddoppio (+103%) della superficie in affitto, che ora riguarda oltre il 50% della superficie agricola utilizzata totale. Sempre più spesso, inoltre, molti proprietari, che conservano la titolarità formale dell’azienda, ne subappaltano la gestione a imprese contoterziste o agli agricoltori contigui. La destrutturazione è anche promossa dalle imprese industriali e commerciali della filiera alimentare che impongono rigorosi protocolli di coltivazione. In questi scenari, l’agricoltore perde il controllo di gran parte delle decisioni aziendali e si riduce a un semplice custode della propria terra o del proprio allevamento, incaricato di eseguire dettagliati mandati contrattuali, che non lasciano spazio a decisioni gestionali autonome.
Il quarto fattore trainante, la finanziarizzazione dell’agricoltura, indica la prevalenza della valorizzazione finanziaria del capitale aziendale, rispetto alla logica produttiva o commerciale tradizionale orientata al profitto. Spinte dalla separazione tra proprietà e gestione, molte aziende agricole e i relativi terreni sono sempre più considerati come semplici beni patrimoniali finalizzati alla rivalutazione finanziaria e all’estrazione di rendita. Questa tendenza è accompagnata dal crescente interesse del capitale finanziario internazionale – inclusi fondi di investimento, hedge fund e istituzioni bancarie – alla ricerca nell’agricoltura, anche approfittando della crescente volatilità nei mercati, di investimenti speculativi a breve termine piuttosto che della sostenibilità agricola a lungo termine.
La rivoluzione tecnologica è il quinto fattore trainante. La transizione verso la digitalizzazione, l’agricoltura di precisione e l’impiego dell’intelligenza artificiale funge da stimolo ad un ulteriore aumento delle dimensioni aziendali. Il perseguimento delle economie di scala necessarie a sostenere la digitalizzazione e la gestione della crescente complessità richiedono una notevole sofisticazione gestionale e finanziaria. Di conseguenza, le imprese sono spinte verso una sempre più profonda integrazione con – e spesso dipendenza da – attori esterni che controllano e gestiscono le infrastrutture digitali e finanziarie della filiera agroalimentare.
Una possibile tassonomia delle aziende agricole
L’interazione di questi fattori ha già suddiviso il complesso delle aziende agricole in tre macro-tipologie distinte, come confermano diversi studi e come apparirà anche nell’analisi che pubblicheremo in autunno, basata sul 7° Censimento dell’agricoltura italiana riferito all’anno 2020.
La prima macro-tipologia è quella delle imprese agricole integrate e orientate alla competitività tramite l’adozione delle nuove opportunità tecnologiche. Si tratta di entità di grandi dimensioni, organizzate a livello gestionale e altamente integrate nei mercati nazionali e globali. Questo gruppo comprende una frazione relativamente piccola del totale delle aziende agricole. Tra 150 mila e 300 mila unità, a seconda della classificazione adottata, spesso raggruppate in organizzazioni di livello superiore. Non di rado avviene che imprese agricole già grandi si aggreghino in holding agro industriali integrate tra di loro e con imprese a monte e a valle delle filiere. Le imprese agricole di questa macro-tipologia stanno di fatto assorbendo o acquisendo il controllo delle risorse (terra e capitale) rese disponibili dal declino delle piccole e medie aziende agricole. Questo insieme copre una porzione sostanziale della superficie agricola utilizzata nazionale, gestisce quasi tutta la produzione zootecnica e genera tra l’80% e il 90% del valore della produzione agricola totale nazionale. Questo gruppo di imprese agricole è il principale beneficiario del sostegno della PAC. La concentrazione delle risorse pubbliche rafforza il suo predominio.
La seconda macro-tipologia è quella delle aziende agricole sussidiarie. Una notevole percentuale di queste destina la produzione all’autoconsumo e non svolge alcuna attività commerciale. Altre hanno una dimensione e un impegno lavorativo molto modesti. Le abbiamo chiamate aziende non-imprese. Costituita da circa 600.000-800.000 unità piccole e piccolissime, questa categoria si concentra sull’autoconsumo o su nicchie di mercato locali. Sebbene il loro contributo al valore totale della produzione sia modesto, la loro funzione sociale, culturale e ambientale è vitale per la stabilità e il progresso rurale. Queste aziende agricole sono in gran parte “sussidiarie” in quanto la loro sopravvivenza, e la loro stabilità anche a lungo termine, dipendono da redditi esterni – quali l’occupazione non agricola o le pensioni – che spesso costituiscono la maggior parte del bilancio familiare.
La terza macro-tipologia è quella delle aziende agricole tradizionali. Comprende aziende agricole di medie dimensioni. La numerosità di questo gruppo va da 100.000 a 200.000 unità. Sebbene il discorso pubblico e la retorica politica spesso idealizzino il modello “contadino” o “a conduzione familiare” riferendosi a queste aziende, la realtà è che tale modello è in profonda crisi e sta subendo una drastica trasformazione. Oggi queste aziende agricole devono operare in un contesto molto più volatile e in continua evoluzione rispetto al passato, a causa della crescente incertezza dei mercati e di un improvviso aumento della complessità tecnologica e gestionale. Afflitte da una forza lavoro che invecchia e da una frequente mancanza di ricambio generazionale, queste aziende rappresentano una realtà di mezzo particolarmente vulnerabile con un futuro particolarmente incerto.
Si prospettano tre possibili percorsi evolutivi per questa macro-tipologia:
a) Transizione verso il modello della prima macro-tipologia, espandendo la scala e adottando un approccio manageriale — un cambiamento in cui la politica agricola avrebbe un ruolo cruciale; comunque difficile per via delle età avanzate e, a questi livelli di scala, dello scarso ricambio generazionale;
b) Esternalizzazione della gestione, con la rinuncia al controllo diretto, affidando il capitale fondiario e le decisioni operative a imprese della prima macro-tipologia già attive, il cui ingrandimento progressivo è dovuto proprio a questo fenomeno;
c) Transizione verso la seconda macro-tipologia, diversificando i flussi di reddito e rafforzando la stabilità attraverso l’integrazione dell’attività agricola con forme di occupazione alternative.
Una lacuna nella ricerca
I cambiamenti strutturali qui citati per l’Italia seguono una traiettoria europea più ampia. Due ricercatori francesi Hervieu e Purseigle, analizzando l’evoluzione strutturale dell’agricoltura francese, hanno intitolato in modo significativo il loro recente libro: *Une agriculture sans agriculteurs” – Un’agricoltura senza agricoltori.
La disconnessione tra proprietà terriera, manodopera e gestione ha creato una profonda lacuna nella ricerca. Gli attuali quadri statistici e gli stessi strumenti di politica agraria si basano spesso su classificazioni superate delle aziende agricole che non riconoscono le profonde trasformazioni che hanno condotto alla realtà agricola contemporanea.
Per sviluppare una politica agraria efficace per il XXI secolo, dobbiamo andare oltre le immagini idealizzate e le categorie obsolete di classificazione e interpretazione del passato. Per chiarire «chi sono gli agricoltori oggi», senza richiami nostalgici e adeguando le analisi per colmare il divario tra l’identità storica e la realtà complessa, destrutturata, finanziarizzata e tecnologicamente integrata dell’agricoltura moderna (e futura).
Non sono pienamente convinto della lettura dei dati derivanti dal censimento agricolo. L’analisi mi sembra soltanto incentrata sulla logica economica dell’agricoltura.
Inoltre non trovo così netta la distinzione tra le tipologie aziende sussidiarie e tradizionali. Ad esempio nella mia area sono veramente poche le aziende sussidiarie, cioè che non sono orientate alla vendita delle proprie produzioni. Mentre trovo molto più consistente la presenza di aziende tradizionali che rappresentano il cuore dell’agricoltura di quest’area agricola ( Sicilia Occidentale).
Aggiungerei poi una quarta via tra le prospettive evolutive della tipologia tradizionali, cioè la possibilità di organizzare le proprie produzioni definendo con chiarezza e responsabilità il ruolo che vogliono darsi all’interno di una più ampia funzione sociale.
Esiste una grande fetta sella società civile disponibile ad orientare i propri consumi al sostegno di forme responsabili di agricoltura , in grado di coniugare economia, rispetto ambientale ed impegno sociale.
Grazie dell’utilissimo commento. I dati sono dati. Discutibili e interpretabili quanto si vuole. Anticipando qualche risultato per la sua Sicilia, nel Censimento 2020 risultano 143,809 aziende agricole. Di queste, 40.204 (il 28%) dichiarano di autoconsumare tutta la produzione, altre 6.359 (4,4%) hanno una produzione standard minore di 20 mila euro e dichiarano di autoconsumare più della metà della produzione. Ci sono poi altre 60.304 aziende (un altro 42% che sommato ai precedenti fa 74,4%) che dichiarano di vendere più della metà della produzione ma che hanno una produzione strandard di meno di 20 mila euro. Il limite da noi usato (20 mila) è circa il valore medio lordo in Italia di una pensione, che abbiamo usato per discriminare quelle che nell’articolo ho chiamato sussidiarie. La produzione standard è una stima del valore economico ottenuta moltiplicando per ogni coltura (ha) o allevamento (capi) per un valore medio unitario stimato. Se non ci sono altri redditi agricoli (es. agriturismo), possiamo dire che quello è il ricavo. Dal quale, per avere il reddito, bisogna togliere i costi. Queste 106.903 aziende hanno una produzione standard media di 4.810 euro/anno. Che sale a 5.954 euro/anno per quelle che vendono più della metà del prodotto. Questo 74,4% di tutte le aziende censite realizza il 13,2% della produzione standard totale regionale.
Al resto del suo commento ho risposto, almeno in parte, rispondendo al primo commento ricevuto (qui in basso)
grazie delle precisazioni.
Interessante articolo, che mi fa sorgere spontanea la domanda, per uscire da un’interpretazione primariamente economica:
Che cos’è l’agricoltura?
È ancora il settore “primario”?
E soprattutto, quali funzioni svolge e/o dovrebbe svolgere da un punto di vista anche sociale?
Purtroppo i decisori politici mi sembrano interessati ad altri argomenti, penso perchè gli agricoltori-elettori sono un numero esiguo e poco aggregati/aggregabili, da fare sentire la propria voce e perchè impegnati a fare i propri interessi personali e della propria gentes.
Mi pare di poter dire che, da un punto di vista sociale, la finanziarizzazione, che ormai è un fattore trainante per tutta l'”economia” occidentale, sta diventando sempre più attuale e pericolosa (e purtroppo irrefrenabile …)
Grazie del commento.
L’agricoltura è ancora il primario? Lo è sicuramente, ma non più per il peso numerico degli agricoltori o per il peso sul PIL. Quanto piuttosto per i tanti legami tra agricoltura e sicurezza alimentare (nei due sensi di food security: cibo a sufficienza; e di food safety: cibo sano e di qualità), energia pulita, ambiente, sequestro di carbonio e clima, sviluppo rurale, paesaggio, tenuta idro-geologica, gestione dei suoli, educazione, storia e cultura ecc. Eccole le funzioni sociali. Invece di scendere in piazza con i trattori contro il resto del mondo, le organizzazioni agricole e i politici che se ne occupano dovrebbero lavorare a costruire alleanze. Rompendo la separatezza che divide l’agricoltura dal resto dei cittadini e consumatori, che sono i portatori di interesse di tutte le funzioni di interesse collettivo connesse all’agricoltura e che, come contribuenti, sono loro che pagano la politica agricola. La politica agricola di conseguenza dovrebbe essere strettamente connessa a perseguire quelle priorità sociali intese come beni pubblici di interesse collettivo.