Elogio della memoria

Agosto 15, 2026 4 Di storiedelbio

Ettore Prandini, presidente di Coldiretti dal 2018, la cui storica azienda bresciana di famiglia “Perla del Garda”, dedicata un tempo all’allevamento di bovine da latte, sembra sia stata riconvertita dalla sorella Giovanna alla produzione di vini di pregio perfino certificati biologici, si è recentemente ben meritato l’ulteriore carica di presidente dell’Associazione Italiana Allevatori (AIA). Nel corso dell’assemblea che il 19 maggio di quest’anno che lo ha eletto, Prandini ha infatti sostenuto che: “noi abbiamo la zootecnia più sostenibile in Europa”, affermazione che all’assemblea nazionale della Coldiretti di due giorni dopo, diventerà “la più sostenibile nel mondo” ( https://www.instagram.com/reel/DYrHnZuDUjE/ ) .

Non è chiaro quale sia la sua idea di sostenibilità, specie in campo zootecnico, né su quali dati abbia basato queste sue affermazioni. Nel suo discorso all’AIA pare che abbia perorato una sostenibilità “reale e pragmatica”, fondata sull’innovazione tecnologica, sulla difesa del Made in Italy agroalimentare e sul rifiuto di un “approccio ideologico” alle politiche ambientali europee. Ma quel che non si vuol riconoscere, con affermazioni di questo tipo, è che gli allevamenti intensivi sono comunque insostenibili ( vedi per tutti: https://www.wwf.it/area-stampa/allevamenti-intensivi-il-wwf-lancia-la-petizione-per-dire-basta/ ) .

Nel 1987, il rapporto Bruntland aveva evidenziato come lo sviluppo sostenibile sia quello che “soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Da allora, però, il concetto di sostenibilità è stato annacquato in vari modi per tutelare gli interessi economici costituiti. Un esempio in questo senso è proprio il Sistema Nazionale di Qualità Zootecnica che sembra fatto apposta per dimostrare la sostenibilità dei grandi allevamenti intensivi.

Bene ha fatto Fulvio Rosa a confutare con la sua esperienza vissuta la tesi autoassolutoria di Prandini in una lettera al Giornale di Brescia, riportata qui di seguito, che riteniamo meriti la più grande diffusione.

Se vogliamo ripristinare davvero la natura dobbiamo recuperare e valorizzare la memoria di com’erano il paesaggio e l’ambiente agricoli prima della trasformazione industriale dell’agricoltura.

Fulvio Rosa: già consigliere e sindaco di Acquafredda, il comune della Bassa Bresciana dove è nato nel 1950, conosce bene questo territorio che rappresenta il primo polo d’allevamento in Italia, costituito principalmente da bovini e suini.

Rosa è noto come animatore di tante iniziative per la valorizzazione della memoria e delle tradizioni della Bassa Bresciana, recentemente ha pubblicato un libro intitolato “Storie paesane” ( https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/bassa/fulvio-rosa-presenta-storie-paesane-1.9774412 ) .


FIGLIO DI CONTADINI ORA L’AGRICOLTURA NON LA RICONOSCO PIÙ


Giornale di Brescia – Lettere al Direttore: 24 giugno 2026 (*)


Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, durante l’assemblea dei suoi associati, svoltasi al Palacongressi di Brescia il 21 maggio 2026, tra le altre cose ha definito «la nostra zootecnia la più sostenibile del mondo»; mi pare evidente che la zootecnia sia strettamente collegata all’agricoltura, perciò quella valutazione vale anche per essa. Non sono d’accordo e cercherò di spiegare perché. Sono un anziano, figlio di agricoltori, e ho lavorato anch’io nella nostra piccola azienda per molti anni, dando una mano ai miei genitori e a mio fratello, pertanto conosco molto bene la nostra zona che abito e frequento da sempre. Posso testimoniare i grandi cambiamenti avvenuti nei nostri territori negli ultimi 70 anni, in particolare nella pratica agricola, e mi pare che di «sostenibile» in essa, ora, ci sia ben poco. Il passaggio dall’agricoltura contadina a quella industriale ha distrutto il tessuto naturale delle nostre campagne. Questo è dovuto all’uso di macchinari sempre più grandi e pesanti che schiacciano i terreni rendendoli sempre più difficili da lavorare e, spesso, poco produttivi; alla distribuzione abnorme di sostanze chimiche nei campi, sulle ripe di fossi e strade e perfino nei dugali; alla presenza di moltissimi grandi allevamenti. Gli alberi sono quasi spariti del tutto; i corsi d’acqua sono visti come canali da utilizzare per l’irrigazione e, spesso, cementificati o imbrigliati in canalette di cemento armato, con le conseguenze che si possono ben immaginare sulla naturalità di quei corsi d’acqua. Insieme agli alberi sono sparite, dalle nostre campagne, centinaia di specie di animali: insetti, uccelli, rettili, anfibi, molluschi e pesci. Io ricordo la ricchezza, la varietà, la bellezza delle innumerevoli colture e delle variegate forme di vita che abitavano i nostri campi e i nostri corsi d’acqua negli anni della mia infanzia, fanciullezza, giovinezza. Certo la vita allora per noi era dura, «…eravamo povera gente» (prendendo a prestito il titolo di un libro di successo), ma credo che ci possa e ci debba essere un «progresso» che favorisca sì l’economia e il benessere, ma che ciò debba avvenire nel rispetto della natura e degli altri esseri viventi. Concludo con una riflessione del tutto personale e piuttosto amara: non vado più a passeggio in campagna o lungo il fiume Chiese, come ho fatto per molti anni in passato, perché lo spettacolo che vedo mi angoscia. E temo che, dopo le sparizioni che ho elencato, prossimamente potrebbe toccare anche a noi.

(*) https://www.giornaledibrescia.it/lettere-al-direttore/figlio-di-contadini-ora-lagricoltura-non-la-riconosco-piu-fzgehjqt